lunedì 4 giugno 2012

RACALMUTO: La ricerca di un’identità


Sembra che, dopo tanti, troppi fatti che hanno minato dalle fondamenta la voglia di reagire dei racalmutesi e la loro fiducia nei confronti delle istituzioni, il paese non abbia così voglia di alzare il capo, guardare avanti e mirare ad un futuro che possa rappresentare il riscatto e la rinascita. Manca, forse, quella che viene definita ”l’identità del paese e dei suoi abitanti”. Se dovessimo dare forma, l’identità può essere rappresentata dai luoghi, dagli eventi o dall’incontro tra persone o dalla somma di tutto questo. Senza dubbio è un elemento fondamentale per la comunità. Il fatto che Racalmuto abbia un’identità perduta, mi riempie di rabbia. Da giovane, pensavo di non avere bisogno di sentire un’appartenenza o di riconoscermi in qualcosa, se non nei miti di una generazione. In questi anni ho vissuto e, quindi,  respirato  Racalmuto e questo ha fatto nascere in me un’appartenenza territoriale sopita. Ho sentito  veramente mio quel paese e il territorio che lo circonda. Questo ha contribuito a costruire la mia identità. Ma quale e cosa è l’identità di Racalmuto e cosa significa avere un’identità in un paese attraversato da tanti, troppi disagi che investono le istituzioni, la politica, la società? Per alcuni la risposta sta nelle tradizioni, nella cultura - ha dato i natali a Sciascia - insomma  accadimenti di ieri da rivalorizzare e riadattare all’oggi, a volte a proprio uso. Penso all’identità e la associo all’orgoglio. Penso all’appartenenza e la associo alla difesa della comunità. Certo, il paese è cambiato, la popolazione è variegata, nuovi ingressi, persone con culture, tradizioni e lingue diverse. Mi viene in mente la regione che mi ospita, la Lombardia e i suoi abitanti, che hanno radicato il concetto di comunità e come cerchino di valorizzare sempre la loro identità culturale, territoriale, storica e linguistica. A Racalmuto mi è capitato di parlare con alcuni giovani, non conoscono il significato di alcune parole del nostro dialetto, non conoscono la storia, la cultura, le tradizioni del  paese. Un giorno, percorrendo a piedi le vie, sono finito nel quartiere Castello Fontana, arrivando proprio “a la funtana di li novi cannola”. Un luogo che, in tempi passati, ha visto l’avvicendarsi di tanta gente che ha discusso, ha sofferto, ha bestemmiato. Un luogo che da sé racconta tutto ciò che lì è stato vissuto. Penso  sia stato un posto che abbia contribuito a saldare lo spirito di comunità. Lì, si saranno sviluppati la fratellanza, lo spirito di solidarietà, l’aiuto reciproco, che sono i sentimenti fondamentali in una comunità, capisaldi di un popolo responsabile. Io la mia identità la sento qui, a Racalmuto, in questo paese martoriato, abusato da molti, dove percepisco la possibilità di un futuro migliore, dove si può costruire a cominciare dai giovani, dove l’identità deve rappresentare, anche, incontro e scambio con altri. Dove, la voglia di crescita e di riscatto possa essere frutto di un’orgogliosa appartenenza. Tanto si può e si deve fare a Racalmuto, per Racalmuto. Ma lo si deve volere.

Racalmutese Fiero

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8 commenti:

  1. Si rincorre l'interesse privato e si dimentica l'orgoglio di essere in un modo, in un posto. Quel posto che si dovrebbe amare come uno spicchio di Patria, la terra amata.
    Salvo

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  2. dici bene, Racalmuto in questi anni ha acquisito l'altra identità, quello di un paese imbarbarito per le tante vicende di mafia e di cattiva politica. E' il momento di ripartire su nuove fondamenta che guardino al futuro, prendendo dal passato e dal presente la parte più bella. Ma molto va ROTTAMATO, e dare speranze ai giovani, di un futuro diverso, ma loro stessi devono diventare protagonisti del cambiamento.

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    1. Caro Sergio,
      non è SEMPRE una questione di mafia e politica o, come dici tu, cattiva politica.
      E' un problema di mentalità, come ho sempre detto, di atteggiamento, orgoglio di appartenenza e voglia di fare, costruire insieme ad altri, al di là dei propri interessi o delle proprie mire. Racalmuto deve essere "risollevata" facendo nascere in ognuno di noi la fierezza dell'appartenenza e, quindi, l'identità e, di conseguenza, la voglia di fare indipendentemente dal riconoscimento che potrà venire o meno dagli altri nei nostri confronti. Racalmuto - e non mi stancherò di ripetertelo - non deve sempre e solo essere accomunato alla criminalità o ad errori di ormai passate gestioni amministrative. Racalmuto va supportata con la buona volontà, senza recriminazioni e collaborando con UN FARE NUOVO, che è, soprattutto, quello mentale.
      Salvatore Alfano (Racalmutese Fiero)

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    2. tu dici bene, un fare nuovo. Ma te ne sei accorto pure tu che i restauratori dell'ancien regime sono sempre in agguato. Una mentalità fatta di sopraffazione del più forte verso il più debole. Tu parli di un'identità racalmutese da riscoprire, fatta di buoni prpositi, ma ripeto bisogna ROTTAMARE molto, ad iniziare da una certa mentalità incongruente. sergio scimè, blogger regalpetra libera

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    3. Caro Sergio,
      non è un'identità da riscoprire ma da creare con mentalità aperta.
      Non fissarti sul tema della politica, quella potrebbe essere una conseguenza. L'identità colloca una persona in un luogo e in un tempo. Sta alla persona vivere luogo e tempo in maniera adeguata.
      Sono stato chiaro?
      Salvatore Alfano

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    4. Ma l'esempio negativo è quello. Posso vivere felicemente la mia vita nel luogo ke più amo (Racalmuto) e in questo tempo (non ho particolari problemi), mi sentirei disonesto ed egoista, chi ha tempo per dare con generosità ad altri lo deve fare, ovunque. Non ho vergogna a sporcarmi le mani nel fango se serve per pulire. Ciao, Sergio Scimè (blogger regalpetra libera).
      P.S. Mi piace la citazione, non so come è venuta ma è molto efficace sintetizza molto il mio pensiero e la mia azione. La riscrivo: "Non ho vergogna a sporcarmi le mani nel fango se serve per pulire."

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  3. Roberto Salvo4 giugno 2012 18:53

    L’identità? Ma non scherziamo. Questo popolo ne ha passate tante: i SESIOTI furono i primi ad invadere la Sicilia, seguirono gli AUSONI, poi i SICANI, ancora gli ELMI, infine i SICULI. Sembrava che la cosa si fosse sistemata così, invece: GRECI, CARTAGINESI, ROMANI, VANDALI, GOTI, BIZANTINI, ARABI, NORMANNI, SVEVI, ANGIOINI, ARAGONESI E PER FINIRE I PIEMONTESI; bivaccarono nelle nostra terra da padroni. Negli anni settanta un bravo cantautore meridionale, Mimmo Cavallo, scrisse e pubblicò una bellissima canzone dal titolo “Uh’ Mammà ”. ( chi vuole ascoltarla può collegarsi al sito: www.youtube.com/watch?v=dzDBB3iWLA0 ) Questa canzone parla dell’arrivo delle truppe torinesi nel sud e, il bambino che vede quel brillio di sciabole, sente i botti dei fucili e tanto fumo, spaventato chiede alla sua mamma cosa succede, la mamma lo rassicura dicendogli che sono nostri fratelli, ma il bambino che ha la netta sensazione che gli spari siano indirizzati verso di loro, insiste ancora più spaventato chiedendo alla madre perché sparano nella loro direzione e la madre, più spaventata del figlio risponde, lo fanno per necessità. Noi credevamo, venissero a liberarci, i nostri fratelli TORINESI, gli stessi che impediranno a cani e meridionali di entrare nei loro BAR e che non affitteranno loro neanche le stalle e i tuguri. Sì, proprio loro, che si sono comportati esattamente come tutti gli altri che li avevano preceduto. E come potevamo noi fidarci di loro, che ci affamavano persino con tasse sul macinato? Quando si decise come sviluppare l’Italia, pensarono bene di sviluppare l’industrializzazione al nord e la fame al sud. Abbiamo dovuto lottare come leoni per non morire, nasce così l’odio, il rancore e soprattutto la diffidenza e l’impossibilità di riconosce lo STATO come nostro. Centocinquanta anni sono passati, è cambiato qualcosa? Vorrei tanto dire di sì e in positivo, ma se guardo dove c’è più miseria, dove c’è più disoccupazione, dove i giovani hanno meno prospettive per il loro futuro, mi pervade l’angoscia e l’amarezza. Mamma mia, come è stata massacrata questa terra e chi la abita! Questo popolo senza speranza, annichilito, rassegnato, incapace di reagire, che ha visto e continua a vedere cambiare tutto perché tutto resti come prima. La SICILIA depredata da chi a turno ne prende il possesso e continua a massacrarla a suo piacimento.

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    1. A noi e' mancata la voglia di reagire. In noi c'e l'indolenza. E quando qualcuno ha voluto fare, gli abbiamo messo i bastoni tra le ruote. Ne noi, ne altri. Abbiamo subito, e' vero, ma non abbiamo fatto nulla e siamo stati servili verso gli oppressori. Non abbiamo difeso le nostre tradizioni, la nostra cultura e siamo stati, a volte, non riconoscenti verso le nostre radici. Abbiamo rinnegato, tante volte, la nostra appartenenza. Lo dico con estremo rammarico, e vorrei tanto sbagliarmi
      Salvatore Alfano (Racalmutese Fiero)

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