lunedì 25 giugno 2012

OLTRE LO SCHIAFFO, OLTRE IL DUELLO

Le vicende particolari di Racalmuto e Castronovo di Sicilia si sono incontrate parecchie volte nella storia: nel 1503, a proposito di un sacro simulacro rimasto  miracolosamente a Racalmuto; fra il 1527 e il 1528, per uno schiaffo inferto da Paolo del Carretto, originario di Racalmuto, ad un rappresentante dei Barresi, di Castronovo.

        La prima volta, se ci fu il prodigio, come attestano storici locali (B. Caruselli, N. Tinebra Martorana) e non (G. Traina), ci fu anche il duello - secondo la tradizione orale - a dirimere la questione insorta: Ercole del Carretto, “conte” di Racalmuto, feriva Eugenio Gioeni, principe di Castronovo, e il simulacro della Madonna, oggetto del contendere, rimaneva in terra racalmutese. Correva l’anno 1503 ed il principe Eugenio Gioeni, proveniente dall’Africa dove si era recato per curarsi l’ipocondria, sbarcava a Punta Bianca etc. etc. etc. Di ncapu mari na navi vinìa, / facennu festa e sparannu cannuna. / Ascontra Racarmutu pi la via / vonzi ristari ccà sta gran Signura…

            La seconda volta, sullo spiazzo adiacente la chiesetta di San Pietro che costeggia la strada a scorrimento veloce per Palermo, ha avuto luogo uno dei fatti più sanguinosi nella storia di Sicilia, paragonabile, per efferatezza e teatrali colpi di scena, al “caso di Sciacca”. Don Paolo del Carretto morirà ucciso nell’agguato tesogli dallo schiaffeggiato Barresi. Né la faida si arresterà: altre vendette, altri agguati e altri spargimenti di sangue saranno strascico inevitabile.

            E sono tornate ad incontrarsi, per la terza volta, nel 1986, a Racalmuto,  in occasione della Festa del Monte, per stringere un patto d’amicizia attraverso il simbolico abbraccio dei due rispettivi sindaci. Scopo dell’incontro, il gemellaggio fra i due comuni; la motivazione è semplice:  se le storie dei due paesi si sono intersecate per un diverbio e per una questione d’onore e di puntiglio,  c’è stato di nuovo spazio, nella Storia, per incontrarsi in nome dell’amicizia. Dopo quattro secoli e passa, è vero, ma perché continuare ad essere storicamente  divisi se non persistevano i motivi del rancore di quei “nostri” signori? Chi se ne ricordava più?

            Anzi, a ben riflettere, si può notare che le storie delle due comunità corrono su tracciati invisibili e paralleli, che ora combaciano, ora si allontanano, per confluire di nuovo in episodi di comune storia, di relate passioni, di contrastanti interessi. Storie per certi versi confluenti, analoghe, corrispondenti. Si guardi al carattere “berbero” – lo dico per suggestione del Tinebra Martorana, - forte, tenace, del racalmutese  e del castronovese: così come emerge dalle loro storie, dall’avvicendarsi di mille contingenze. Il Tirrito, nella sua storia di Castronovo, riporta l’ipotizzata derivazione di Crastos, poi Castronuovo, da un etimo greco con significato di “fortissimo”.

            Sui motivi e la genesi che hanno portato a realizzare il gesto del gemellaggio ci stanno innanzi tutto la conoscenza e la simpatia di alcuni amici castronovesi: Totò Mastrangelo, Tonino Ceraolo, Nino Di Chiara, il sindaco Salvatore Tirrito. Il tutto nato, si può dire, da un quasi occasionale colloquio con Totò Mastrangelo. Ma sulla congruità di stringere il pacifico sodalizio si è subito concordato per altre ragioni, oltre che per l’amichevole conoscenza, e cioè per ragioni storiche, culturali, folkloriche: la Festa del Monte appartiene ad entrambe le comunità perché dal loro incontro è nata.

Per ratificare cotanti premesse, la mattina dell’11 luglio 1986, venerdì del Monte, è stata convocata una seduta consiliare straordinaria, aperta al pubblico, durante la quale è stato ufficializzato il gemellaggio, presenti i sindaci e gli amministratori delle due comunità.

            Dopo il simbolico abbraccio dei rispettivi sindaci e lo scambio delle pergamene, per suggellare l’evento, il corteo storico detto  u Triunfu  è stato particolarmente articolato e sontuoso: apriva la processione il drappello rullante dei tammurinara; seguivano: centinaia di giovani con torce e candele della pontificia cereria Gange; i gonfaloni municipali; gli stendardi delle parrocchie, dell’azione cattolica, delle confraternite, dei circoli ricreativi e dei sodalizi, delle altre associazioni religiose e laiche racalmutesi; i bambini della prima comunione in abito bianco, recanti un giglio e l’immagine infiocchettata della Madonna del Monte incollata su un cartoncino, andavano cantilenando la vugliddra la vuglidda la ciancianeddra, / dunni mi vinni, dunni mi vinni sta parrineddra;  bardatissimi cavalieri, disposti ai due lati del corteo, in costumi cinquecenteschi della rinomata sartoria teatrale Pipi di Palermo, porgevano la mano alle damigelle e facevano ala a lu carruozzu, trainato da due ieratici buoi di Cammarata.

Dietro il carroccio, che trasportava il simulacro della Madonna adagiato su un letto di rose, le autorità religiose e civili delle due comunità:  arcipreti e rettore del santuario in cotta e stola, sindaci con la fascia tricolore, marescialli e rappresentanti delle altre forze dell’ordine  in uniforme d’ordinanza, assessori in carica e in pectore, consiglieri, diaconi, collaboratori pastorali, suore dei vari conventi, educande del collegio di Maria, orfanelle del Boccone del Povero, pie signorine di chiesa con il rosario in mano.

In coda, il drappello della delegazione castronovese e il restante popolo racalmutese. Tutti a cantare, tra una posta e l’altra del rosario, Di Trapani affaccià Maria di Gèsu / n coddru li marinara la purtaru / n coddru li marinara la purtaru, mentre piovevano petali e fiori dai balconi adorni di biancheria ricamata e vellutate coperte di sciniglia. La banda suonava. Le percussioni dei tamburi grandinavano. Quando la testa del corteo giunse in Piazza Carmelo, s’udì un frenetico scampanio mentre gli ultimi fedeli uscivano dalla chiesa del Monte e chiudevano la chilometrica processione, cingendo idealmente il paese con un sinuoso abbraccio. Sarebbero dovuti arrivare cavalli e cavallerizzi danzanti dalla Festa del Taratatà di Casteltermini, ma per motivi organizzativi non è stato possibile. Ci si accontentò delle cavalcature locali.

Si vuole precisare che la festa del Monte non è la festa dei cavalli o per i cavalli anche se ne fanno strutturalmente parte in quanto attraverso muli e cavalli, connaturati alla società contadina, si trasportavano le prummisioni di grano e altri cereali fin dentro la chiesa dopo la devozionale acchianàta e si rendevano solenni: il triunfu del venerdì; la sfilata del sabato fino  a la pigliàta di lu Ciliu, distribuendo ceci abbrustoliti;  la processione della domenica, sferragliando sui basoli, che sprizzavano scintille, addobbati con coloratissime bardature, ciondolanti nappe, campanacci e drappi d’epoca, dietro il solenne carro a forma di nave.

Solennità sì, ma a precise condizioni, e lontani mille miglia da certi teatrini che sarebbero venuti dopo, alludendo a quegli improvvisati quanto pericolosi caroselli equestri tra la folla che poco hanno a che fare con la devozione e molto con il vacuo e talvolta impudico esibizionismo, somiglianti più a un rodeo argentino che a una nostrana processione religiosa.

Quando, alla fine degli  Anni Settanta, la gloriosa Pro Loco capitanata da Giovanna Lauricella si prodigò per  rimpolpare la festa con la partecipazione  di cavalli bardati e cavalieri in costumi d’epoca, visto che i preziosi quadrupedi in paese si erano ridotti al lumicino vuoi perché soppiantati dai mezzi agricoli vuoi per l’emigrazione dei contadini e dei carrettieri, si addivenne alla risoluzione di noleggiare un determinato numero di cavalli regolarmente assicurati. In questo modo il Conte del Carretto e il suo seguito poterono continuare ad arrivare a cavallo sul luogo della “Recita”. Così è stato anche in quella del 1986.

Quell’anno, la Recita, che ricostruisce l’episodio della “venuta” della statua della Madonna a Racalmuto, registrò  alcune modifiche e integrazioni: la Contessa, la cui presenza era stata inserita qualche anno avanti da un giovane poeta locale, venne condotta in portantina da quattro prestanti giovanotti detti vastàsi, un termine di origine greca che rimanda al verbo trasportare; il Principe Eugenio Gioeni e i suoi scudieri sono stati interpretati da giovani attori castronovesi; Recita e corteo storico sarebbero stati riproposti qualche anno dopo a Castronovo. Anche la mostra fotografica di un naturalista racalmutese, sulla flora e la fauna della montagna castronovese, ha seguito la trasferta della Recita  e arricchito il dialogo culturale tra racalmutesi e castronovesi. Il gemellaggio insomma è stato un avvenimento memorabile oltreché significativo.

Significativo è ancora oggi, a distanza di ventisei anni; rincuorante, trovare nel passato di un paese ciò che si vorrebbe trovare nel suo deprimente presente, per risollevarlo: segni di violenza trasmutati in segni di festosa amicizia collettiva e corale fede; prassi di violenza convertite in pratiche di simbolica pace e laboriosa convivenza civile; storiche malerbe e malsane zizzanie rimpiazzate da più commestibili alimenti di festevole pasticceria.

E’ con questa pronuba “filosofia”, foriera di prospero e pacifico futuro, che probabilmente vale la pena di ricordare schiaffi e duelli del passato, come quelli intercorsi tra il nostro e un altro paese del palermitano.

                                                                                              Piero Carbone




Stampa il post

12 commenti:

  1. Parlare della festa del Monte in altra maniera, rappresenta dire con intelligenza i fatti conosciuti.
    Dario

    RispondiElimina
  2. Racalmuto avrebbe bisogno di questi gemellaggi.
    Daniela

    RispondiElimina
  3. Non conoscevo tutti questi particolari. Mi ha fatto veramente piacere leggerli

    RispondiElimina
  4. Calogero Catalano25 giugno 2012 10:53

    Sono di Santa Elisabetta ho riconosciuto nella foto Lillo. Persone vicina da sempre ai bisogni degli amici.

    RispondiElimina
  5. Da tutto ciò si evince quanto importante e significativa sia la festa della Madonna del Monte per i racalmutesi che vivono in paese e per tutti quelli che vivono all'estero. Mi auguro che i commissari riescano ad immedesimarsi nei sentimenti di una comunità intera. Comprenderanno senz'altro quanto sia fondamentale la festa come momento di aggregazione e di affermazione di speranza e legalità.
    Giuseppe

    RispondiElimina
  6. Durante la festa del Monte, i racalmutesi mettono da parte ogni negatività e si adoperano tutti, collaborando e tirando fuori la positività che è dentro ognuno di noi.

    RispondiElimina
  7. Articolo molto interessante. Si nota l'immancabile stile del Prof. Carbone.
    Alessandra

    RispondiElimina
  8. Chi meglio di Piero Carbone può parlare delle tradizioni della sua Racalmuto? Complimenti.
    Assunta

    RispondiElimina
  9. Riuscire a dare un senso ai fatti, agli avvenimenti, ai ricordi e tirar fuori il meglio da ogni cosa, è quello di cui abbiamo bisogno; bravo Piero.

    RispondiElimina
  10. Da ragazzi aspettavamo tutto l’anno la festa cercando di accumulare più denaro possibile da spendere in quell’occasione. Il divertimento durante la festa del Monte era enorme: gare di tiro a segno, seggiolini volanti con retro spinta a pedate, autoscontro guidato alla James Dean e gabbie della morte. Si aspettavano i fuochi d’artificio e dopo si tornava a casa come zombi.
    Per le donne da marito era l’occasione per farsi notare, interminabili passeggiate a braccetto con i padri. Molte ragazze dormivano sedute per non rovinare la permanente.
    Questa è una festa particolare, dove convivono il rito religioso e il rito pagano, con la conquista del cero. Questa è la festa delle nostre tradizioni, la festa dei RACALMUTESI.

    RispondiElimina
  11. La festa e li firrioli a lu chianu da baruna

    RispondiElimina
  12. Spesso dai grandi contrasti, dalle più efferate liti, sorgono le più grandi amicizie, foriere di fratellanze e sostegno reciproco. Oggi, Racalmuto, ha bisogno della sua Festa, della sua Madonna.
    Stefano

    RispondiElimina