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mercoledì 20 marzo 2013

COMMIATO


Come nella vita, come tutte le cose, anche questo blog, Castrum Racalmuto Domani, ha avuto un inizio ed è arrivato il tempo che abbia una fine. Esattamente un anno fa cominciava questa avventura che ha dato soddisfazioni, tante speranze e qualche amarezza, come è normale che sia. Voglio adesso terminare qui, con dispiacere. E lo faccio quando ancora il blog è in perfetta salute, ha i suoi lettori e i suoi commentatori. Ho raccontato una Racalmuto che vorrei vedere secondo un mio punto di vista. Non ho la presunzione di aver detto verità, né assolute  né  parziali. Ho scritto, però, col cuore, spinto da un attaccamento a questo paese che non mi ha dato i natali ma che ho assiduamente frequentato e amato. Una volta dissi che qui ho tutti i miei ricordi, tutto il mio passato, tutti i miei affetti. Mi auguro e auguro a tutti i racalmutesi, residenti e non, che Racalmuto possa risorgere e vivere, finalmente, un lungo periodo di positività. Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato a questo blog. Quelli che hanno smesso, quelli che hanno  continuato, quelli che si sono aggiunti. Ringrazio tutti i lettori e quanti hanno inviato i loro commenti. Esprimo il mio dispiacere per qualche commento non pubblicato, ma non avrei proprio potuto farlo…Mi dispiace se qualche post fosse stato interpretato in maniera negativa o se qualcuno vi avesse letto  attacchi o offese personali. Non era mia intenzione. E’ stata, comunque, un’esperienza fantastica che ha permesso di confrontarmi, di conoscere nuove persone e rinsaldare rapporti con altre. Ringrazio tutti e idealmente vi abbraccio, augurandovi tanta, tanta fortuna.

Racalmutese Fiero
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martedì 19 marzo 2013

SAN GIUSEPPE


Lo vedevo passare ogni giorno davanti casa accompagnato da uno stuolo di gatti. Camminava a passi lenti, misurati, affidando ad un bastone  la stabilità del suo incedere. Era un vecchino piccolo di statura e magro, infagottato in una giacca dal colore incerto, di almeno due taglie più grande. Viveva da solo,  ma aveva la compagnia di tutti i gatti randagi del circondario che aveva adottato. Stava  a contatto più con loro che con gli umani. La sua casa,  ad un centinaio di metri salendo su per la strada dove abitavo, era una sorta di magazzino a pianterreno, dove ammassava  tutto quello che riusciva a raccogliere. Se ci si trovava a passare da lì ed era una bella giornata, capitava, a volte, di vederlo seduto fuori a prendere il sole attorniato dai suoi gatti con cui, solitamente, divideva i pasti. Non di rado lo si vedeva salire con scatole e scatoloni di cartone raccattati in giro per il paese.  Aveva poi una singolare abitudine, quella  di prendere tutte le immaginette di santi e i pezzetti di carta che trovava in giro e infilarli, dopo averli ripiegati con cura, nelle fenditure dei muri delle case vecchie. Quando scendeva giù per la strada era  preceduto da almeno due, tre  gatti che lo scortavano fino ad un certo punto, e poi se ne tornavano indietro, troppo pigri, forse, per proseguire o semplicemente perché il loro compito finiva lì. Lo andavano poi a riprendere quando risaliva. Era questa una cosa veramente strabiliante. Come riuscissero a prevedere il momento del rientro era proprio un mistero. Il suo modo di respirare somigliava al ronfare di un gatto e noi bambini pensavamo fosse causato proprio dallo stretto contatto con i felini. Non ne conoscevamo il nome e neanche la voce, per noi era semplicemente san Giuseppe. Questo perché una volta mia madre, come ex voto a san Giuseppe, a cui era devotissima, aveva allestito una tavolata, invitando, tra gli altri, anche lui, il vecchino che passava davanti casa.  Noi figli, per l’occasione, eravamo stati istruiti a dovere. Mia madre, che solitamente  era molto dolce e comprensiva, si dimostrava intransigente sul  comportamento. Dovevamo essere silenziosi, educati, cortesi, quasi invisibili. Nessuna deroga sarebbe stata tollerata. Avevo nove anni io e undici mio fratello.

Quel san Giuseppe improvvisato, seduto a tavola, aveva un’aria molto decorosa, dignitosa anche se un po’sperduta. Andava tutto benissimo e noi eravamo orgogliosi di noi stessi.  Mia madre ci guardava con approvazione e gli ospiti erano a loro agio. Il pranzo procedeva magnificamente quando, all’improvviso, quel vecchino pago forse di quanto fino ad allora aveva mangiato e pensando magari agli amici gatti, cominciò,  con estrema naturalezza, ad infilare nelle tasche della giacca le polpette che aveva nel piatto davanti a lui. Noi guardavamo e non credevamo ai nostri occhi. Quella scena, rimasta indelebile nella mia mente, ebbe su me e mio fratello lo stesso effetto che provocano gli argini di una diga che cedono improvvisamente e l’acqua, fino ad allora calma e tranquilla, diventa  impetuosa e prorompente, travolge  e sommerge  tutto quello che incontra. Il nostro comportamento, fino ad allora irreprensibile ed encomiabile, miseramente smise di esserlo per lasciare posto ad un ridere scomposto che ci costrinse ad alzarci velocemente e  riparare nella stanza vicina, da dove ci fu impossibile uscire per un po’.

Da quel giorno, quando quel vecchino passava, lo guardavamo con occhi  diversi, come se fosse entrato, oltre che nella nostra casa, anche un po’ nella nostra vita. Mi capitò poi di rivederlo tempo dopo, ancora una volta nelle vesti di san Giuseppe, in una tavolata organizzata  nella piazza del paese.  Allora il 19 di marzo era  festa nazionale e non si andava a scuola.

Non ho mai conosciuto la sua storia, il suo nome o saputo se avesse mai avuto una famiglia. Non ricordo neanche quando, da quella strada, non passò più assieme agli inseparabili gatti.  Per me, però, era ed è rimasto quel  san Giuseppe che a casa mia, con tutta la sua compostezza e dignità, infilava polpette nelle tasche.

                                                                                                                     Brigida Bellomo
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lunedì 18 marzo 2013

LE RICETTE DI RURU’ – PANAREDDA E CAVADDUZZI


Questi i dolci pasquali della nostra tradizione. Sostituivano le più costose e moderne uova di cioccolato. Ogni famiglia confezionava questi semplici dolci, gioia di grandi e piccini. Mi auguro, in questo anno, di avervi allietato con le ricette della tradizione antica racalmutese e di aver sollecitato la vostra fantasia in cucina. Un mondo di bene dalla vostra amica Rosa Clotilde (Rurù).









INGREDIENTI

Farina 00 1 Kg

Zucchero 300 gr.

Strutto 250 gr.

3 uova

Ammoniaca per dolci 10 gr.

Acqua q.b. per l’impasto

Uova sode 5

Una bustina di diavolina


In un recipiente mettere farina, zucchero, strutto, 3 uova, ammoniaca e acqua. Amalgamare e impastare fino a rendere il composto elastico. Formare “i panaredda” o “i cavadduzzi” e inserire, ricavando una tasca, l’uovo sodo intero (che sia freddo). Cospargere le figure così formate con la diavolina e infornare a 200° per 15 minuti.

E...BUON APPETITO DA RURU'

  

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domenica 17 marzo 2013

RITORNA LA “CASA DI CRISTALLO”


Quella “casa di cristallo”, proposta qualche mese fa da Castrum Racalmuto Domani, che non è piaciuta come idea ai politici di Racalmuto, viene adottata come leitmotiv dal neo presidente del Senato, Pietro Grasso. Un discorso semplice il suo, nel rispetto delle preoccupazioni degli italiani che trepidano per una stabilità politica che assicuri loro un assetto non più precario dal punto di vista economico-sociale-occupazionale. Con l’impegno, più che con l’augurio, che possa  finalmente partire la ripresa economica lasciando definitivamente alle spalle una crisi che da troppo tempo incide sulle famiglie.

Il richiamo a Moro, alle vittime di mafia, ma soprattutto alla trasparenza della politica come servizio ai cittadini, non più corrotta, non più intrisa dal malaffare, è servito al presidente Grasso ad affermare il bisogno che questa nostra politica italiana, questi nostri politici che con il nostro voto dovrebbero assicurarci garanzie di stabilità, non per concessione ma per diritto, riacquisti credibilità e si scrolli di dosso gli scandali e il tornacontismo.

Il riferimento ad Antonino Caponnetto che, in occasione del maxiprocesso ebbe a dirgli: “vai avanti, schiena diritta e segui soltanto la voce della  coscienza”. Che il sogno della casa di cristallo di Pietro Grasso, possa avverarsi e  risultare contagioso per le tante realtà anche a carattere locale.

Che finalmente, anche a Racalmuto, possa essere fatto proprio il concetto della trasparenza, del bene comune, dello spirito di servizio e dell’interesse, in piena trasparenza, di questo nostro Paese; a schiena diritta, seguendo la voce della coscienza.
Buon lavoro sig Presidente.

Racalmutese Fiero
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mercoledì 13 marzo 2013

TEMISTOCLE, CHE SIA UOMO O DONNA


Temistocle è stato un politico e generale greco antico.Tra i primi politici di spicco nella giovane democrazia di Atene, condusse una politica a favore del popolo, con il supporto delle classi meno abbienti della città e generalmente in contrasto con le famiglie nobili. Eletto Arconte nel 493 a.C., fu l'artefice della potenza navale ateniese, che diventerà la più grande e potente di tutta la Grecia.

Allora in tutta l’Ellade erano l’ambizione e l’onore a dominare la scena politica/militare e a caratterizzarne le peculiarità salienti di ogni uomo, politico o semplice cittadino che fosse. I valori erano rappresentati dalla Patria, la terra natìa che prevaleva su ogni altra appetibile ambizione. Si preferiva morire, allora, piuttosto che macchiarsi di una tra le più esecrabili colpe: il tradimento, la congiura contro il suolo natìo. Temistocle riuscì a coinvolgere nel suo progetto gli uomini semplici, costruendo, così, una grande forza, quella che oggi potremmo definire un grande movimento di pensiero culturale e popolare. Fu  la vera forza di questo politico e generale, aggregare quanta più gente possibile e far nascere in loro l’amore per la propria terra.

Si direbbe: “concetti impensabili oggi!” Ma se si vuole risorgere dalle ceneri, risollevare le sorti di un luogo che ha visto nascere personaggi dotati di acume e capacità e che continua a vedere i nostri figli vivere e lottare per un posto di lavoro, per la sopravvivenza, bisogna comprendere che l’altruismo, il disinteresse, il bene comune, dovrebbero essere le uniche motivazioni a spingere chiunque abbia capacità e voglia di adoperarsi onestamente per la cosa pubblica.

Leggevo che Racalmuto avrebbe bisogno di un sindaco donna che possa concentrare forza nuova e capacità imprenditoriale per amministrare abilmente il paese. Penso che il comune avrà bisogno necessariamente di un Temistocle che possa amministrare nel bene della cittadinanza anteponendo tutto il suo sapere, la sua abilità all’interesse privato. Dimentico del passato, capace di esprimere un nuovo modo di fare politica, lungi dai vecchi sistemi, dagli interessi, dalle calunnie per annientare l’avversario, dalle disonestà, dal malaffare, dalla corruzione e disposto a sostenere con ogni mezzo, con ogni cellula del suo essere una comunità che anela considerazione e rispetto.

Temistocle fu di una saggezza e di una intelligenza incredibilmente grandi; si dice che a lui si avvicinò un uomo  particolarmente colto e gli promise che gli avrebbe insegnato l’arte della memoria; egli domandò  che cosa mai quell’arte potesse fare e il dotto rispose che sarebbe servita a ricordare tutto. Temistocle rispose che gli avrebbe fatto cosa più gradita se gli avesse insegnato a dimenticare ciò che voleva, piuttosto che insegnargli a ricordare.

Che il futuro sindaco, uomo o donna che sia e tutta l’amministrazione comunale futura di Racalmuto dimentichino i vecchi modi di fare politica e si proiettino verso un nuovo sistema trasparente per un pronto recupero del paese e della comunità.

Racalmutese Fiero
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domenica 10 marzo 2013

LE RICETTE DI RURU’ – PASTA SMINUZZATA CU LU MACCU DI FAVI


“Lu maccu di favi” è un antico piatto della cucina povera siciliana che viene sfruttato così com’è oppure, come nel nostro caso, accompagnato con la pasta sminuzzata. Anticamente la pasta veniva posta in vendita in cassetti che contenevano i vari formati. Allorché  i cassetti si svuotavano, restavano rimasugli di pasta spezzettata che il negoziante metteva in vendita a minor prezzo; ed è questo il tipo di pasta che veniva impiegato per realizzare la pasta cu’ lu maccu, che veniva e viene realizzato previa lunga cottura, si riduce in una densa purea e una volta  raffreddato, poteva essere tagliato a fette, così da costituire la colazione per i contadini.




INGREDIENTI

400 grammi di fave secche senza la buccia

Un mazzetto di finocchietto selvatico

300 grammi di pasta sminuzzata

Qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva

Pepe macinato al momento

Sale q.b.


PROCEDIMENTO

Pulire bene il finocchietto, tagliarlo a pezzi e metterlo da parte. Mettere le fave sgusciate in acqua fredda per una notte. Mettere le fave a bollire in abbondante acqua, aggiungere i finocchietti tagliati (conservarne qualche rametto) e far cuocere, a fiamma dolce, per un paio d’ore, schiacciando le fave saltuariamente con un cucchiaio di legno.

Quasi a fine cottura aggiustare di sale e quando la purea sarà pronta aggiungere la pasta e completare la cottura.

Servire spolverando con il pepe, condire con l’olio e completare depositando sulla minestra qualche rametto di finocchietto messo da parte in precedenza.


E…BUON APPETITO DA RURU’


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giovedì 7 marzo 2013

STAGIONE ARTISTICO/CULTURALE 2013 –CASTELLO CHIARAMONTANO RACALMUTO


Si avvia il programma 2013 approvato dalla Commissione Straordinaria, con la Direzione Artistica di Piero Baiamonte, ricco di appuntamenti più che mai aperti alle innovazioni espressive che annualmente accolgono Artisti di livello internazionale caratterizzando le proposte culturali ed artistiche come lo è stato in precedenza con la Mostra fotografica di Robert Capa, l’antologica del maestro dell’iperealismo contemporaneo Giuseppe Carta, la collezione di opere dal ‘900 ad oggi della fondazione FML (opere di Sironi, Fiume, Sassu, Talani etc.), specchio di un’Italia da riscattare, di una crisi etica oltre che economica da riequilibrare, e questo piccolo Comune non si stanca mai di lanciare segnali positivi attraverso il coinvolgimento di artisti provenienti da palchi importanti come La Biennale di Venezia, da collezioni museali o prestigiose gallerie internazionali. Quest’anno sarà la volta della multicultura con l’artista argentino Fernando Parrotta, pittore e fotografo di Buenos Aires - Consapevoli, quest’anno più che mai, della necessità di evidenziare tutto il bello che ci circonda e l’importanza di allungare lo sguardo oltre gli immediati limiti territoriali, la linea artistica ruoterà intorno al concetto di multicultura, patrimonio territoriale e culturale suggerendo nuovi stimoli, nuove possibilità di confronto e di apertura ai giovani talenti.

Nella mostra “Photography, orizzonti per immagini e dintorni” i ritratti, i paesaggi, la natura, raccontati attraverso lo sguardo di quattro fotografi in mostra: Peppe Cumbo, Giuseppe Parello, Alessandro Giudice e Andrea Sardo.
L
Si proseguirà con “’Arte del canto lirico” nel bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e in omaggio al tenore Beniamino Gigli, uno dei più celebri tenori italiani del secolo scorso - in mostra dischi di musica classica, lirica, abiti e oggetti di scena, documenti e testimonianze, concerti e dibattiti per ripercorrere le tappe più significative della nostra lirica con visite guidate nella sala espositiva del Teatro Regina Margherita dove sono custoditi gli abiti di scena del Tenore Salvatore Puma, nativo racalmutese.

Dal 05 Luglio al 30 agosto, con il Patrocinio del Ministero della Cultura Argentina, il pittore e fotografo latino-americano Fernando Parrotta sarà il protagonista della scena in Visioni d’oltreoceano - La mostra ospiterà tele e fotografie dell’artista che si muove con disinvoltura in una pittura astratta, suggestiva e di forte impatto visivo e nell’Arte fotografica dove gioca sui contrasti di luce e ombra, staticità e movimento. Evidenti sono i richiami alla propria terra e alla propria cultura nell’uso dei colori, nella tecnica espressiva, nella gestualità di rappresentazione.

Rimane confermato anche quest’anno in settembre l’appuntamento “Nei luoghi di Regalpetra” giunto alla IV^ edizione con personali di pittura a cura dello Studio Erato di Nello Basili, evento collaterale ad “AgrigentoArte” e non può mancare uno spazio dedicato ad artisti emergenti con la rassegna “Ingresso libero” aperto alla pittura, fotografia, scultura.

Prosegue l'appuntamento con la mostra concorso dedicata al piccolo talento artistico di Giovanni Domenico Marchese, giunto alla IV edizione, curato dalla scuola secondaria di I° grado Pietro D'Asaro di Racalmuto che si conferma ormai un importante riconoscimento per i giovani alunni.

“Tracciati…senza filo conduttore” è la mostra dedicata ai vincitori del concorso “Selezione Spazio Arte” che si è tenuto l’Ottobre scorso al Castello in cui sono stati selezionati da un’apposita giuria gli Artisti: Elisa Cella, Sarina Cusenza, Enrico Di Puma, Antonio Grifo e Lorenzo Lo Vermi con opere che spaziano dall’iperealismo, all’astrattismo, al concettuale, al figurativo. 

All’interno della struttura è visibile l’esposizione permanente delle bandiere del cero dei borgesi, la Pinacoteca comunale con la collezione permanete di opere d’Arte, un sarcofago in monoblocco in pietra del 300 DC con bassorilievo raffigurate il ratto di Proserpina.

E’ possibile organizzare all’interno convegni, dibattiti, cerimonie - per informazioni Tel. 0922948820                              



                                                                                                       Il Direttore Artistico
                                                                                                         Piero Baiamonte
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martedì 5 marzo 2013

IL TEATRINO DELLA PARROCCHIA


Ricordo perfettamente gli anni della mia infanzia, quando la vita scorreva semplicemente e ci si accontentava di quel poco che quei tempi, poco esigenti, offrivano. Non c’erano molti svaghi in città e i pomeriggi, dopo i compiti, venivano trascorsi in parrocchia. Tra un tantum ergo e una messa in latino, il tempo trascorreva  nelle sagrestie. Si giocava a calcio balilla o a ping pong o ci si cimentava in interminabili partite a monopoli.

Tanti i ragazzini che frequentavamo la Chiesa, quasi tutti chierichetti, era l’unico luogo che permetteva a genitori e preti di sottrarci alla strada. Spesso facevano la loro apparizione i seminaristi, ne ricordo in particolare due, inseparabili, sempre assieme a parlare fitto, fitto tra loro. A volte ci spostavamo in un altro fabbricato adiacente la sagrestia. Una sala rettangolare, buia con in fondo un palco. Mi affascinava poter salire sulla scena e improvvisarmi attore, recitando frasi sconnesse o spezzoni di commedie mal ricordate.

Ogni tanto quel palco si accendeva di tante luci e veniva calcato da giovanotti più grandi che mettevano in scena spettacoli per lo più comici. Stavamo a guardare ammirati quegli imberbi attori che ci apparivano come i migliori esistenti sulla piazza. Quasi con una certa invidia sognavamo di potere un giorno recitare anche noi sul palcoscenico di quel teatrino parrocchiale. Queste strutture non avevano pretese, gli spettacoli erano a costo zero e gli spettatori, ancora piccoli, non si accorgevano certo di qualche scena recitata male. Per un quartiere, un paese, quei teatrini hanno rappresentato il diversivo alle giornate, alle domeniche di tanti ragazzi che non potevano o non avevano voglia di spendere poche lire. Spettacoli a costo zero! Divertimento assicurato!

Adesso sarebbe impensabile rimettere in scena quegli spettacoli così semplici o riaprire quei piccoli teatrini parrocchiali che ospitavano, all’occorrenza, anche le scolaresche. I tempi sono cambiati, reclamano organizzatori preparati, introdotti, il pubblico è diverso e gli spettacoli si sono perfezionati, non saranno a costo zero ma la qualità, la platea competente, le esigenze di cassa, impongono ritmi e offerte per tutti i gusti, per palati da intenditori e nell’ottica di ritorni economici. I teatrini parrocchiali restano nella memoria di chi rimane un sognatore, un inguaribile nostalgico, un eterno, arrogante, pretenzioso, immodesto bambino.

Racalmutese Fiero
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lunedì 4 marzo 2013

CHI ME L’ HA FATTO FARE


Qualcuno si chiede, più che chiedere, a cosa sia servito questo blog. E oltre a porsi la domanda, azzarda pure calunnie, risposte e soluzioni, inerpicandosi in spiegazioni o processi alle intenzioni su quello che si proponeva il blog e quale risultato avrebbe ottenuto e cosa avrebbe disatteso. Poi, gratuitamente, vengono messe nella bocca del “saccente gestore” frasi che denotano stizza e che suonerebbero semplicisticamente come esortazioni a non leggere quello che non piace, inoltrandosi in consigli sull’opportunità di scrivere o meno.

Un modo più che meschino di annientare una voce libera, preoccupazione più che interpretazione di ostacolo a futuri, improbabili disegni, che se trovassero attuazione, rappresenterebbero un danno per il paese. Un modo di agire e una mentalità che denotano un chiaro retaggio infimo e meschino dai quali appare evidente l’impossibilità di liberarsi e di comprendere ciò che questo strumento ha creato, operato in solo un anno di attività. Il blog, senza pretesa alcuna, credo abbia messo a confronto il  pensiero di ognuno e sia servito a mettere in discussione chi, con coscienza, maturità e intelligenza ha voluto autonomamente riflettere rivedendo  atteggiamenti e pensieri, modificando modi di pensare e di agire. E’ chiaro che non ha captato le simpatie generali; a qualcuno è piaciuto, ad altri meno. Però, alla fine è stato motivo di confronto con se stessi.

Ho sempre pensato  che val sempre la pena mettere in atto l’altruismo. Impegnarsi per il paese, la famiglia, gli amici, anche i conoscenti. Spinti dal rammarico per fatti comuni che turbano, si è propensi ad adoperarsi per far sì che nulla precipiti in situazioni ancor più incresciose, ma possa risolversi in fatti positivi sintomo di inequivocabile rinascita. Un risveglio di una coscienza che ispiri mentalità nuove adattabili ad azioni di vero, produttivo, disinteressato e sincero rinnovamento. E così mi sono ritrovato, a volte – dire spesso potrebbe sembrare presuntuoso – a colloquiare, consigliare, “ammonire”, pienamente coinvolto nei problemi altrui. All’inizio ho avuto la sensazione che l’interlocutore capisse, preoccupato si compenetrasse in quelli che potessero essere i risvolti futuri, facesse ammenda e mostrasse sintomi di ravvedimento .

Questo è stato il momento in cui il mio io ne ha tratto  maggiore soddisfazione; recuperare situazioni, far comprendere a qualcuno  errori commessi, mentalità sorpassate, atteggiamenti inopportuni, esagerati, mi ha ripagato da ogni fatica o tempo impiegato. Poi, mi sono accorto che il lavoro a monte, fatto di tante discussioni, opposizioni, punti di vista opposti, tentativi di convergenze e quanto altro, a volte si è infranto miseramente in pretestuosi ragionamenti, distorte interpretazioni e, seppur ancor lontano dai vecchi modi, ha  finito per raggiungerli rapidamente. E qui, diciamolo pure, la delusione mi ha attanagliato, il personaggio mi è scaduto e il mio pensiero si è rivolto alle persone a lui vicine incolpevoli o tanto ree da non essere riuscite a dire basta e troncare sul nascere quello che prima, poteva essere vanagloria per una improbabile ambizione, ma che rischia di diventare adesso un volontario quanto incosciente tuffo nel precipizio.

Fortunatamente non è stato sempre così. Qualcosa è cambiato, tanti gli atteggiamenti modificati, adattati a una civile quanto fattiva convivenza e convergenza di un unico intento: la rinascita di Racalmuto. Ne è valsa la pena.

Racalmutese Fiero
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venerdì 1 marzo 2013

MOLTI PENSAVANO CHE…


Molti pensavano che la commissione prefettizia amministrasse senza alcun coinvolgimento emotivo, freddamente spinta dalla necessità di pareggiare esclusivamente il bilancio prima di lasciare il paese nella facoltà e nel diritto di scegliere democraticamente i propri amministratori. In corso d’opera, possiamo dire, i tre commissari hanno corretto le loro posizioni e si sono avvicinati sempre di più alla cittadinanza, esortando questa ad avere maggiore fiducia nelle istituzioni.

Si pensava che il loro compito dovesse rivolgersi solamente all’aspetto amministrativo/burocratico, senza assunzione di alcuna iniziativa o soluzione tecnica e pratica. Adesso, in pochi giorni, dopo la dimostrazione di una maggiore disponibilità verso le problematiche collettive, abbiamo assistito con piacere ad alcune azioni che smentiscono quanti pensavano che la commissione non fosse intenzionata a prendere decisioni in merito al futuro e al buon funzionamento del paese.

La maggior parte delle buche nelle vie principali del paese sono state rattoppate. Una lettera circa il futuro dei lavoratori a contratto è stata spedita alla Regione Siciliana, con l’esortazione al Presidente Crocetta di dichiarare, in tempi brevi, la volontà circa i finanziamenti concessi dall’assemblea regionale per i lavoratori precari. Ma l’azione più rilevante è stata l’approvazione del PRG, che dopo le opportune eccezioni e verifiche, verrà varato con la speranza che porti sollievo all’economia del paese.

Ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di tante azioni volte a salvaguardare l’economia , la vivibilità e la tranquillità di Racalmuto e di tutti i racalmutesi. Chissà che anche questi commissari, venuti da altre province, abbiano a cuore questo straordinario paese?

Angelo Marchese
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giovedì 28 febbraio 2013

LUCCIOLE PER LANTERNE


La personalità umana, la mente che detta comportamenti, sono misteri di difficile e complicata interpretazione. Il nostro cervello, il nostro background, la nostra formazione, il nostro modo di essere, ci suggeriscono interpretazioni e modi di agire che lasciano sconvolti e decisamente infastiditi tutti quelli che osservano o sono destinatari di nostre azioni. In tutto questo si innescano le caratteristiche intrinseche di ogni individuo che lo fanno propendere ora verso discutibili comportamenti, ora verso velati ammonimenti o consigli che dir si voglia.

Usare altri interlocutori, poi, verso i quali riversare lamentele anziché indirizzare le stesse, direttamente all’interlocutore verso il quale sono dirette, rappresenta uno dei comportamenti più squalificanti. Abusare della cortesia, della bontà, della signorilità altrui che, per educazione, è impossibilitato a rispondere per le rime, rappresenta uno dei modi di agire tra i più invadenti e ridicoli. Oltre a manifestare, in questo modo, una evidente mentalità puerile e un comportamento offensivo e falso.

Sì, proprio falso, perché le persone che adottano tale comportamento, dovrebbero avere ben chiara in mente l’origine di ogni cosa e le cause che ne hanno generato gli effetti, evitando di stravolgere una realtà da loro ben conosciuta ma furbescamente e opportunisticamente celata. Coinvolgere nelle loro azioni da “comari” altre persone, moralmente e intellettivamente elevate, cercando di farne proseliti, tentando goffamente, così, di allontanarle dai nostri “nemici”, è un modo di fare che si qualifica da solo. Tutto a prescindere dal fatto che nessuno, e dico nessuno, dovrebbe avere l’ardire di destinare le sue gratuite, isteriche invettive a persone care per gli altri e, ad altre ancora, vicine a queste.

L’intelligenza, l’intellettualità, il sapere, la conoscenza, la cultura dovrebbero, in primo luogo elevare le persone e non farle precipitare, definitivamente scadere, in diatribe da pettegole comari. Se poi, per concludere, si mira chiaramente a far intendere e prospettare penalizzanti e invalidanti soluzioni, si rischia di rasentare decisamente  il penale.


Racalmutese Fiero
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mercoledì 27 febbraio 2013

CARCIOFI, ACQUE REFLUE E SALSICCIA


Torno a Racalmuto dopo poco più di un mese. Clima freddo, poca gente in giro. Pochissime le novità che riescono ad animare dibattiti spontanei. La gente mi è sembrata concentrata sugli ultimi confronti elettorali. Sabato mattina un sole regala i suoi raggi al paese e lo tinge di colori caldi, luminosi. 

Mi piace sempre girare per le strade e osservare gli angoli e la gente . Le attività, la mattina, riprendono di buon ora ; i colori di rape, cavolfiori, carciofi, sembrano sapientemente accoppiati per esaltarne il contrasto. Il ritmo mattutino riprende con solita flemma . E’ il momento migliore per fare la spesa. Una puntata in pescheria, dal panettiere e, infine, in macelleria. 

Nulla è cambiato, lo scroscio d’acqua che avevo avvertito un mese fa, risuona ancora oggi ai miei orecchi. Una cascata che potrebbe far  supporre acqua cristallina, approssimativamente coperta da assi di legno,  rimanda ancora il rumore dello scroscio. Sembra il paese dove scorre latte e miele e dove la mancanza perenne di acqua, al suono di quella cascata, appare come pura calunnia. Ai lati dello squarcio, una di fronte all’altra, due attività commerciali continuano la loro vendita di prodotti alimentari. La strada che scende al Collegio transennata,  interrompe ormai da tempo  l’accesso ai mezzi e rende difficoltoso persino il transito a piedi. Tutto normale, potremmo dire se non si trattasse della rottura della fogna e se lo scorrere delle acque sporche non avvenisse a cielo aperto. 

Penso che porre rimedio al disagio, non tanto per ripristinare una viabilità da mesi interrotta, ma per salvaguardare la salute dei cittadini e di quanti abitano e operano in quella strada, sia  quanto meno dovuta e opportuna. E che i tempi per riparare il danno, già esageratamente dilatati, non debbano prolungarsi oltre misura. Sono certo che  la buona volontà e la determinazione di riparare il danno possa facilmente trovare disponibilità sia nelle istituzioni che in laboriosi manutentori e volenterosi cittadini.

Racalmutese Fiero
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giovedì 21 febbraio 2013

UNA CHIACCHIERATA TRA I GIOVANI

Le cose accadono quando non sono preventivate  ma affidate al caso. Un gruppetto di giovani, una pizza e una birra (piccola) ed ecco che l’empatia si stabilisce subito e scatta la voglia di parlare, di confrontarsi. Luigi, uno studente pendolare, è all’ultimo anno di un istituto superiore. Salvo a Palermo, primo anno di Giurisprudenza. Rosa anche lei al primo anno a Palermo, in Scienze Biologiche. Tutti bravi ragazzi, con una grande voglia di divertirsi ma anche di pensare al futuro.

Spesso, noi adulti, siamo convinti  che i giovani oggi abbiano poche idee, poche proposte da fare e, soprattutto, poca maturità. Luigi esterna le sue perplessità sul futuro di Racalmuto e si dice scoraggiato da tutta la situazione che vive il paese e dall’abbandono che subisce a causa di prospettive inesistenti. 

Rosa ci riferisce anche  di una oggettiva difficoltà delle donne  di impegnarsi o farsi promotrici di progetti che siano poi utili per tutti. Ci parla della mentalità che, ancora qui, vede la donna non pienamente libera da concetti sorpassati e che tende a ritenerla non appropriata per certi ruoli, per certi impegni. Aggiunge che le cose stanno migliorando, certo, ma rimangono ancora lontane da profonde e vere trasformazioni generazionali. Ma ci parla  anche della solidarietà che c’è tra i giovani, il reciproco aiuto, le confidenze, le comprensioni. Con orgoglio dice che le nuove generazioni saranno diverse da quelle precedenti, più aperte, più libere. Ci descrive i suo sogni fatti di legittime aspettative; una vita normale, tutto sommato, una famiglia, la sicurezza di un futuro in contrapposizione ad oggi in cui prevale l’incertezza non del domani ma del giorno attuale. 

Salvo, dopo aver ascoltato attentamente, ci parla di tutte le situazioni che vivono i giovani a Racalmuto; la ricerca perenne di un lavoro che non arriva, i sogni che si infrangono troppo presto e troppo spesso. Le difficoltà e le lamentele delle famiglie che  i figli sono costretti ad ascoltare. Le barriere incontrate da chi vuole, in questo paese, impegnarsi socialmente o politicamente. Salvo ci dice che gli spazi a disposizione sono pochi, se non tramite le associazioni religiose o  da “ospiti” di qualche corrente politica. Spesso si sente dire – riferisce Salvo – che il futuro è dei giovani, che si dovrebbero impegnare di più, in modo più concreto, che sono indolenti ma si trascura di mettere in evidenza una situazione  innegabile: pochi gli spazi a loro concessi, poche le possibilità a disposizione di chi vuole veramente impegnarsi. Pone dei quesiti: perché qui, più che in altri posti, accade questo. Perché non si riesce a scardinare un modo di pensare, di fare, una mentalità che sembra essere sempre un passo indietro rispetto ad altre realtà. Ci parla di Palermo, della libertà fisica e mentale che ne ricava, una libertà di pensiero che lo fa sentire integrato anche in una società di grandi dimensioni, dove si può essere solo una voce capace di farsi ascoltare o nella possibilità di rimanere nel silenzio. 

Sono tutti ragazzi a posto: Luigi, Rosa, Salvo. Ma potremmo dire lo stesso di tutti i ragazzi di questo paese. Tante le loro idee, alcune andrebbero sicuramente affinate, altre sviluppate. Non domina l’immaturità in loro, piuttosto si avverte l’inesperienza, ragione per la quale gli adulti dovrebbero farsi carico di guidarli. Chiediamo quanto credano realmente che la vera forza del cambiamento sia rappresentata dalla condivisione delle idee e dalla  collaborazione propositiva, civile tra tutti i giovani. E domandiamo pure se quella sensazione di libertà, che senza nessuno sforzo avvertono in altri posti, abbiano voglia davvero di cercarla, con un convinto impegno, in questo paese. Un luogo  che non rappresenti, per chi ci vive, il desiderio di andare via prima o poi e,  per chi ci torna, la sensazione di tollerare quello che c’è, tanto…domani sarà un altro giorno. 

Ci salutiamo stringendoci la mano, come si fa tra uomini, come a sancire un patto non detto, un impegno non dichiarato.  Ma una cosa vogliamo dire, quello che è balzato alla mente scambiando quattro chiacchiere con questi giovani; hanno voglia di essere ascoltati, un bisogno imperioso che qualcuno dia loro credito, speranza e promessa per il futuro  per poter  restare e non delusione che obblighi ad abbandonare. Ascoltiamoli questi giovani di Racalmuto. Potremmo restare favorevolmente sorpresi.

Racalmutese Fiero
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lunedì 18 febbraio 2013

“L’ AMERICA E’ QUI! “


“Alò…”, dall’altra parte del filo mia zia dal Canada, sorella di mio padre. L’America in quegli anni vide tanti sbarcare sul suo suolo in cerca di fortuna o fatti arrivare da mariti, fratelli, cognati, padri. A Racalmuto molte famiglie vantavano almeno un parente emigrato. 

A Toronto, ad Hamilton e in altri luoghi di quella lontana terra, c’erano intere famiglie, nuclei numerosissimi che avevano costituito una comunità, un’illusione di trovarsi  sempre in Sicilia, di non essere mai partiti. Il loro mondo si svolgeva in quei quartieri di College o della 57.ma Clovelly, abitati per lo più da persone imparentate tra loro che non avevano neanche l’esigenza di uscire fuori da quei ghetti per integrarsi con la comunità locale. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che le cose cambiassero e magari i figli dei figli si “mischiassero” a quegli americani divenendo parte integrante di un vastissimo Continente. 

All’inizio era uno scambio di lettere, cartoline illustrate, fotografie. All’interno delle buste spesso trovavi alcuni dollari di carta, significato di generosità e modo di comunicare che gli zii d’America avevano fatto fortuna, stavano bene. Ogni tanto qualche pacco con le cose più strane: oggetti di metallo finto oro, souvenir di silver, qualche indumento che non lasciava dubbio allo scarso gusto. Si ricambiava con gondole di plastica o portasigarette carillon, tanto desiderati dai parenti d’oltre oceano. 

I primi ritorni in terra natìa lasciavano gli emigrati sorpresi dal benessere conquistato dai parenti siciliani, tanto da farli esclamare: “l’America è cca!”. Si assisteva a scene strazianti di sorelle e fratelli che si abbracciavano piangendo e quasi non si riconoscevano a causa degli anni trascorsi. Tutto finiva dopo i primi giorni; si riprendevano discorsi passati: “la casa, la mamma avrebbe dovuto lasciarla a me… no a me, a te aveva dato il terreno…”. I pianti riprendevano alla partenza, abbracciati  non mancavano di ricordare, ognuno all’altro, quanto avessero ragione sulla faccenda della casa, su quel terreno. “Ormai nni vidiemmu ddassusu…”, suonava come un triste presagio. 

L’avvento del telefono nelle case dei siciliani, sintomo di benessere, migliorò le cose. I tempi cambiavano rapidamente e anche la Sicilia conquistava la sua America. Chiamare gli zii era un rito. Si calcolava l’ora giusta per non disturbare e trovare tutti a casa. Ci si riuniva attorno al telefono, tra il pollice e l’indice un biglietto con su scritto il numero, si parlava con la signorina del “170” , chiamate internazionali, che metteva l’utente in comunicazione col numero desiderato. “Alò…”, due  domande  non mancavano mai: “chi tiempu fa”… “chi ura su dduocu”…

Racalmutese Fiero 
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mercoledì 13 febbraio 2013

La diaspora della banda di “l’armisanti”


Mentre lavoro al computer ascolto la radio;  quella mattina trasmettevano vecchie canzoni anni sessanta. Quando misero in onda quella di Ricky Shayne  “ uno dei MODS”,  il mio cervello è andato in tilt.  Luoghi, facce si accavallarono e quasi mi venne da piangere.
 
 “ Dopo dieci anni ho rivisto l’amico Bob”, recita la canzone, parla di una di quelle bande di Liverpool di moda in quegli anni.  Facevo parte anch’ io di una banda,  la banda di ”l’armisanti”.  Via delle anime sante è una traversa di via Roma che porta in aperta campagna, verso il passaggio a livello di “lu iudì”.
 
Il nostro territorio di guerra confinava con quelli di “lu carminu” con i quali avevamo buoni rapporti , li aiutavamo sempre contro quelli di “lu bastiuni” e quelli di “la guardia” con i quali eravamo perennemente in guerra.     Quante avventure, quante battaglie! Altro che la guerra dei bottoni, noi facevamo sul serio.  Tante volte sono tornato a casa con la testa rotta e mia madre disperata nel vedermi insanguinato mi gridava:  “ chi facisti la mamma?” e io puntualmente rispondevo “cadivu mammì”.   Stavamo insieme tutti i giorni, la strada era la nostra palestra di vita, dove abbiamo sviluppato gli anticorpi che ci avrebbero protetto  nella vita di tutti i giorni.
 
La diaspora dei componenti la banda di “l’armisanti” è iniziata dopo la scuola media.   Io per studiare ero costretto ad andare fuori paese  e a vivere in stanza in famiglia.   Quando l’estate tornavo per le vacanze apprendevo che qualcuno era partito:   Diego e Lillo Criminisi , erano andati a lavorare in Germania, come pure Nicolò e Lillo Buscarino, i fratelli Diego, Giovanni e Carmelo Bufalino si erano trasferiti in un paese ai confini con la Svizzera, Bilasino Emmanuele era andato a lavorare all’ospedale di Catania, altri in Canada e in Belgio; finiti gli studi, anch’ io per lavoro sono emigrato a Milano. Dopo dieci anni, come nella canzone di Ricky, ho sperato  di incontrare qualcuno di questi miei fratelli guerrieri, forse un giorno……….. .

                                                                                                               Roberto Salvo
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lunedì 11 febbraio 2013

LE RICETTE DI RURU’ – CHIACCHIERE AL FORNO


Visto che il Carnevale è di magro quest’anno a Racalmuto, consoliamoci con qualche dolcetto. Questa volta, però, cerchiamo di renderli più dietetici, pur conservando il gusto e la fragranza. Saranno più digeribili per i bambini e anche per gli adulti.












INGREDIENTI

250 g. di farina tipo 00

20 g. di zucchero

25 g. di burro

2 uova

La scorza grattugiata di mezzo limone

Una bustina di lievito in polvere per dolci

Marsala q.b.

Un pizzico di sale

Zucchero a velo e, a piacere, un pizzico di cannella in polvere q.b.

Preparazione

Su una spianatoia disponete la farina a fontana. Al centro della fontana mettete il sale, lo zucchero, la scorza di limone grattugiata e il lievito.
In una ciotola sbattete le uova con la forchetta, poi unitele alla farina. aggiungete il burro ammorbidito a pezzettini fino ad ottenere un composto elastico ed omogeneo.
Formate una palla, copritela con la pellicola trasparente e fatela riposare per 30 minuti a temperatura ambiente. Stendete la pasta in una sfoglia sottile (potete usare il mattarello o la macchina per  fare la pasta). Con la rotella dentellata formate dei rettangoli di circa 10 x 5 cm e al centro fate due incisioni parallele.
Disponete le chiacchiere in una teglia coperta da carta da forno e cuocetele in forno preriscaldato a 180°C per circa 10 minuti. Tolte dal forno fatele raffreddare e spolverizzatele con lo zucchero a velo.


E…BUON APPETITO DA RURU’


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venerdì 8 febbraio 2013

SAREBBE FORSE IL CASO…


Racalmuto rischia di essere ribattezzato il paese delle feste. Festa della Madonna del Monte, del Carmelo, Carnevale, Giovedì delle comari; non di antica istituzione quest’ultimo, ma di fondamentale importanza, tanto da richiedere la sospensione delle attività scolastiche  il giorno in cui ricade. Queste sembrano essere le cose su cui non si può transigere di certo. E se per puro caso  i festeggiamenti rischiano di subire dei tagli o  adattamenti alle situazioni economiche attuali che il paese vive, non si sente proprio ragione:  i soldi vanno trovati a tutti i costi. E non importa se questo denaro viene sottratto a cose più impellenti, di pubblica utilità. Le feste sono feste!

Un mio caro amico, racalmutese DOC, un giorno ebbe a dirmi che i popoli hanno necessità di  tre concetti fondamentali: Farina – Feste – Furca. Le famose tre F, insomma. Intendendo con questo  che alla popolazione i governanti non dovrebbero far mancare il benessere, successivamente dar loro momenti di svago, occasioni di aggregazione, ma applicare anche, ove e quando necessario, il rigore. Poi, secondo sempre alcuni, le feste andrebbero anche onorate con la chiusura delle scuole, per…santificarle meglio. E se così non si fa,  sono pronti pure a protestare.

Racalmuto è veramente un paese straordinario; da una parte un Comune che versa in gravissime condizioni finanziarie, con un debito che ha lasciato di stucco quanti, sembra, ne sono venuti a conoscenza nelle ultime ore – come se le notizie che trapelavano dal palazzo fossero inventate o esagerate. Un Ente che rischia di non poter quasi accollarsi la quota del 10% degli stipendi per i contrattisti che vedrebbero compromesso, in futuro, il  rinnovo del loro contratto di lavoro. Dall’altra, nel pieno della coerenza e correttezza, schierandosi dalla parte del popolo e non dei “Potenti”, alcune frange di racalmutesi, che si battono per la realizzazione di tutti i festeggiamenti con i sacri crismi.

Io credo si sia persa un po’ la strada verso quella ragione che alberga in tutti gli abitanti di questo paese. E continuo a fare l’esempio del buon padre di famiglia che, in ristrettezze economiche, pur di provvedere alle necessità della propria prole, senza alcun ripensamento, risoluto, taglia ciò che non è necessario pur di poter portare pane ai propri figli. Ben vengano quindi le iniziative che ho letto sul web, ad opera di alcuni ragazzi, che avanzano proposte del “fai da te” – finalmente i giovani che si adoperano! - disposti ad autofinanziarsi se proprio non si vuole rinunciare al carnevale. Avremo tempo per le feste. Per ora sarebbe forse il caso di pensare alle…Farine.


Racalmutese Fiero
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mercoledì 6 febbraio 2013

LA RIVALUTAZIONE DEL TERRITORIO


La questione che domina in questi giorni a Racalmuto è piazza Castello. Parcheggio o non parcheggio, sosta lunga o breve, zona pedonale, zona vietata sabato, domenica e festivi? Certo le ristrutturazioni effettuate non hanno reso facile definire e collocare quello spazio che parte dai piedi della Matrice e culmina al Castello Chiaramontano. In realtà anche il Monumento ai caduti ci si è messo di…mezzo; posizionato in maniera decentrata quasi a sottolineare la non idonea collocazione in uno degli spazi più ampi del paese.

Le lamentele, oltre che dai cittadini, di quanti vorrebbero godere quella piazza, partono soprattutto dai commercianti, che lamentano la mancata frequentazione dei loro esercizi, a loro dire, per divieti di sosta e strade escluse al transito degli autoveicoli che obbligano, quanti vogliono recarsi in centro, a lasciare l’auto fuori dalla zona storica. Ieri la riunione in Comune, presieduta  dal dottor Filippo Romano  che ha incontrato gli esercenti di Racalmuto. Alla fine si è arrivati ad una decisione che accomoda Ente e commercianti: sosta vietata il sabato e domenica, permessa negli altri giorni, ma limitata a un’ora, zona pedonale nel periodo estivo.

Più che proposte, vorrei esprimere un mio pensiero. Racalmuto conta  circa 8.500 abitanti, risente di una crisi economica e occupazionale, non è un paese territorialmente esteso, quasi a ridosso dell’abitato insiste un centro commerciale con all’interno negozi di varia tipologia, dal supermercato, all’abbigliamento, oggettistica, cinema, ristorazione, bar. Il paese gode di ampi spazi non sfruttati e lasciati all’abbandono. I racalmutesi amano recarsi in piazza usando la propria auto. Spesso le macchine sostano in doppia fila. Anche per l’acquisto del  pane è usanza sostare di fronte l’esercizio se proprio, proprio non si può entrare dentro con l’auto. Questo succede ovunque, in prossimità dei bar, nelle immediate adiacenze della posta, davanti alle rivendite di tabacchi, nei pressi delle edicole, a ridosso dei negozi di frutta e verdura, generi alimentari, macellerie, supermercati o semplicemente per discutere con un amico che transita a piedi per il corso.

La scarsa frequentazione degli esercizi commerciali, a mio giudizio, non è dovuta al divieto di sostare le auto in prossimità dei negozi. Ma dipende, oltre che dalla crisi economica e dai centri commerciali, da una mentalità acquisita e consolidata negli anni che non considera né l’adeguamento degli esercizi commerciali a nuove esigenze, tendenze e mode generazionali - proposte commerciali nuove, allettanti che invoglino i potenziali acquirenti - né l’idea che si possa sostare altrove e, facendo due passi - che farebbero anche bene alla salute - recarsi in centro per godere di una passeggiata o per l’acquisto di quanto necessario.

Piazza Castello, a mio giudizio, dovrebbe rappresentare il salotto di Racalmuto, abbellita da alberi, panchine e fontane (per carità! che non siano somiglianti a quella che deturpa piazza Crispi). Il corso Garibaldi, dalla piazzetta alla Matrice, almeno nei giorni festivi, dovrebbe essere chiuso al traffico e invogliare così i cittadini a frequentare il centro a piedi. Penso anche agli anziani, che potrebbero passeggiare indisturbati senza gli intralci del traffico. Sappiamo tutti che una sosta oraria rischierebbe di non essere mai per un’ora ma, con opportuni stratagemmi, potrebbe facilmente protrarsi per più tempo. Bisognerebbe sfruttare il piano Barona, lasciato al degrado. Si potrebbero creare appositi spazi per consentire la sosta oraria, magari anche con parchimetro. Gli esercizi commerciali non vengono disertati per un divieto di sosta  ma per il rifiuto di una diversa mentalità.

Racalmutese Fiero
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martedì 5 febbraio 2013

SUTTA LU CIENZU


I ricordi sono imprevedibili, ti affiorano alla mente all’improvviso, quando meno te l’aspetti e rappresentano le tue personalissime emozioni, che non puoi trasferire ad altri. Puoi raccontare, sperando che in chi legge nascano le stesse sensazioni che le immagini del passato hanno procurato in te. Spesso  sono ricordi semplici, racconti puliti che lasciano un senso di piacere in  chi li ha vissuti. 

Aspettavo con ansia la fine della scuola. Finalmente avrei potuto recarmi in campagna e vivere ancora una volta la mia estate racalmutese. I pomeriggi resi meno afosi dall’ora avanzata, movimentavano la voglia di fare sempre qualcosa di nuovo. Le biciclette rappresentavano l’unico diversivo a giornate oziose, con i libri di scuola che avrebbero sostato sul tavolo fino alla fine delle vacanze e con la promessa fatta a se stessi, di cominciare il giorno dopo - e così sempre per ogni giorno - la lettura per non perdere il ritmo. Credo fossi al penultimo anno di liceo. Gli amici mi divertivano, stavo volentieri con loro ma preferivo anche i miei momenti per pensare alle cose mie, a volte sognare. Quella è l’età che ti proietta verso cambiamenti che accompagnano una inspiegabile malinconia. Oppure, su quella bicicletta scassata, improvvisata, mi avventuravo per stradine sterrate. Qualche cane alla mia vista tentava una corsa  poco convinta abbaiando, ma desisteva subito dopo. 

Mi era piaciuto molto quel luogo, dove tornavo ormai spesso; un fazzoletto di terra quadrato, delimitato da confini nati da stoppie, dove piantato al centro stava un  largo e ombroso gelso, che offriva i suoi frutti ai passeri e che, anche io, non disdegnavo di gustarne qualcuno. Quell’odore dolciastro misto all’aspro era forte e il cinguettio degli uccelli mi estasiavano, tanto da fermarmi incantato per lungo tempo sotto quella chioma maestosa che rendeva la terra fresca, non infuocata dal sole. Se alzavo il capo verso il cielo, vedevo i raggi del sole che timidamente si insinuavano tra i rami e si dissolvevano prima di arrivare al suolo. Era il mio luogo, il mio albero. Affidavo a lui i miei pensieri, sfiorando il tronco come a chiedere attenzione ai discorsi che a lui erano indirizzati e poi a cercare conferma. Non mi aspettavo risposte, naturalmente, mi bastava la serenità che assorbivo. Quella corteccia ruvida sotto la  mano mi dava una sensazione di vita e rimandava piacevoli sensazioni. Ero tranquillo sotto le fronde del mio grande amico. I miei pensieri, i miei sogni fatti in quel posto sembrava potessero avverarsi tutti.  

La mattina si andava a raccogliere i gelsi. I vestiti rigorosamente scuri, la tazza tra le mani macchiate alla fine  dal rosso sanguigno di gelsi spremuti, nella foga di strapparli a quei rami. Ne provavo una sensazione strana, come se quel gelso fosse mio, come se altri potessero ferirlo, offenderlo, profanarlo a dispetto mio, l’unico che aveva stabilito un contatto col folto albero e lo rispettava e lui, in cambio, ne restituiva sapori, suoni, odori, sensazioni. Quel gelso, quel grande albero non c’è più. Non so se abbattuto o reso ormai secco dagli anni o da qualche malattia. Ma io lo rivedo nella mia mente, come un conoscente,  una persona cara, come qualcuno fidato che mi aspetta sempre lì.

Racalmutese Fiero                
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