Supponiamo che io fossi un
giornalista e supponiamo che, oltre a collaborare per famosi network, volessi
cimentarmi, magari imitando altri, nello scrivere libri e, perché no, portare
queste storie in teatro con una speranza anche verso il piccolo schermo.
Supponiamo che le mie radici
fossero al sud, terra magnifica, contraddittoria, arsa dal sole, bruciata dal
sale, con tanti problemi: lavoro, giovani, criminalità, scarse strutture.
Supponiamo che tra le mura di una
stanza, di un ufficio, magari lontano da quella terra martoriata, dovessi
decidere soggetto, trama, filone da seguire e supponiamo che, dopo attenta
analisi, valutando quello che viene maggiormente letto, per morbosa curiosità
per lo più, ma anche per interesse, decidessi di scrivere di criminalità
organizzata.
Supponiamo, sempre per ipotesi,
che, così facendo, mostrassi interesse, attaccamento per la mia terra e che venissi
identificato come quel giornalista che viene da una paese “complicato”, che si
interessa ai problemi degli stanziali, facendo intendere che tanto potrebbe fare parlando degli
aspetti negativi, portandoli a conoscenza del resto del Paese, dove ci sono le
persone che contano, che sono sensibili a tali eventi e che, volendo,
potrebbero far qualcosa per una terra arsa dal sole, bruciata dal sale.
E supponiamo, ancora, che mi
accorgessi che tale filone è quello che prende piede, che scrivere di “certe
cose”, rende…..
Avrei risolto tante cose e avrei
ottenuto ciò per cui avessi deciso di scrivere.
Sì, perché scrivere, soprattutto,
della cultura della morte e non di quella della vita, vende. Non importa se, così facendo, si condanna inesorabilmente e per sempre una terra, non importa
se questa, sarà sempre identificata come terra della mafia. Non importa se in
un’esistenza ci sono i due aspetti: la morte e la vita, che stanno lì, in
situazione paritaria, aspettando che la nostra ragione propenda verso il bene,
verso la vita. Non vende parlare delle cause che generano la criminalità, e
cioè il disagio sociale, la mancanza di lavoro, la disperazione. Non vende
parlare della cultura della vita di una terra scaldata dal sole, ricca di sale,
dove l’agricoltura potrebbe essere fiorente, dove ci sono le saline, c’erano le
miniere di zolfo. Dove anche
l’archeologia potrebbe essere un filone da sfruttare, una terra di castelli, di
tradizioni, di storie di salinari e zolfatai. Una terra di arte e di cultura. La
terra della ragione, già…..Sciascia descrive quanto fosse lontana la vita di
questa terra dalla ragione. Non certo, quindi, il paese della ragione, ma
lontano da essa.
Ma io non sono un giornalista,
malgrado tutto e meno male per voi, non sono uno scrittore e non posso fare,
per questa terra arsa dal sole e bruciata dal sale, nulla se non parlare e
parlare, cercando di sensibilizzare e far riflettere chi mi ascolta.Per
evitare, come scrisse il tanto nominato Sciascia, chiamato confidenzialmente
“Nanà” da molti che si arrogano una fraterna amicizia o un'improbabile parentela, di fare la figura del
deputato che dopo aver ascoltato i salinari e aver mostrato una indicibile
sofferenza per i loro racconti, partì lasciando solo una lampada rotta.
Racalmutese Fiero
E se avesse ragione.......
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