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venerdì 15 marzo 2013

FRANCESCO, COME IL FRATE DI ASSISI


Abbiamo il Papa. Dopo la rinuncia di Benedetto XVI, dopo quattro fumate nere, viene proclamato Pastore della Chiesa cristiana un cardinale dell'America latina. Prende il nome di Francesco.

Mi auguro che il nuovo Pontefice possa impersonificare la dottrina e gli insegnamenti del frate di Assisi e condurre il suo mandato nell'interesse della comunità' cristiana e non "dell'azienda chiesa". Una dottrina che riporti fedeli, credenti e non verso la fiducia nei confronti del clero e della Chiesa, intesa come servizio ai poveri, agli emarginati, agli oppressi.

Abbiamo avuto dei grandi Papi, uomini capaci, di polso, figure carismatiche che sono riusciti a conciliare gli interessi della Chiesa con le esigenze dei fedeli. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crisi religiosa, pesantemente condizionata dal crollo dei valori della dottrina cristiana e marcati dagli scandali che hanno coinvolto prelati in molte parti del mondo.

Che il nuovo Papa, pastore di anime, successore di Pietro sul soglio pontificio, rappresenti l'umilta' e sia conforto e sostegno di tutti i credenti. L'America latina ha attraversato e sta attraversando periodi di profonda crisi , flagellata da tanti, troppi problemi. Forse Francesco, che ha vissuto il dolore di tali mortificazioni e tormenti, saprà interpretare al meglio il servizio pastorale al quale è stato chiamato, facendosi portavoce e conciliando le esigenze del mondo cattolico e laico, ma soprattutto adoperandosi verso le fasce più deboli della società mondiale.

Racalmutese Fiero
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lunedì 11 febbraio 2013

LA COSCIENZA DI UN PESO


Non è il primo aprile. Nessuno scherzo. Quello che abbiamo letto sulle pagine dei quotidiani, sentito  alla  radio, trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, è una realtà: Papa Ratzinger si è dimesso.Tanti si sono radunati in piazza San Pietro per sentire dal vivo le ultime notizie, le tante congetture che già si fanno e continueranno a farsi per tanto tempo ancora.

Ma cosa ha portato il Papa tedesco a prendere una tale decisione? Sicuramente hanno inciso la salute malferma e l’età avanzata, i tanti impegni, le  tante preoccupazioni. Benedetto XVI non aveva un compito facile: sostituire il suo predecessore, portando a termine il suo pontificato, senza farne sentire la mancanza, l’autorevolezza, la capacità che hanno contraddistinto Giovanni Paolo II. 

Oltre  questi motivi, probabilmente se ne celano altri. L’impossibilità di arginare  la crisi della Chiesa cattolica, non perfettamente al passo con i tempi. I tanti scandali che rischiavano di minarne le fondamenta e che rendevano vana ogni lotta. L’impossibilità di ricevere, dalle gerarchie ecclesiastiche, quell’aiuto di cui il Papa avrebbe avuto bisogno. Una scarsa collaborazione ricevuta da tutti quelli che avrebbero dovuto fornirla, negata forse a causa di intrighi, complotti, congiure, vere o presunte, ma sicuramente oltre ogni umana immaginazione. Anche dall’interno degli appartamenti vaticani il Papa si è dovuto difendere, non ha potuto fidarsi neanche dei suoi più stretti collaboratori,  ed è stato vittima di quello che probabilmente, se non provocato è stato sicuramente auspicato: il suo ritiro. 

Ma soprattutto hanno inciso su questa storica decisione la cura di uno Stato tra i più piccoli del mondo, dove transitano interessi internazionali e si giocano tante partite, bersaglio di attenzioni malevole, oltre la gravosa questione delle finanze vaticane, oggetto di tanti dispiaceri, preoccupazioni. Ingenti quantità di denaro vengono gestite dalle banche vaticane, una ricchezza da amministrare senza indecisioni. 

Ratzinger  è stato lasciato solo. Non riusciva più a tenere testa a tutto ciò, agli scandali, agli interessi, ai tanti impegni per mantenere accesa l’attenzione mondiale sulla Chiesa e mantenerne inalterato il potere.

Racalmutese Fiero
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lunedì 21 gennaio 2013

MELE E PERE


Cammino per strada e, involontariamente ,“capto” il discorso tra due signori  fermi a parlare: “ I ragazzi di oggi hanno tutto… e non sono mai contenti!”. Mi rimane nell’orecchio l’eco di quella frase intanto che cammino. Che i ragazzi avessero tanto l’ho pensato anch’io,  tante volte. Ma, poi, riflettendoci, ho capito che non è proprio così.

Una giovane e tenera pianta necessita di cure amorevoli, di attenzioni. Necessita di essere seguita da vicino, di continuo,  se vogliamo che cresca sana e forte. Non possiamo abbandonarla alle intemperie sperando che se la cavi da sola. Potrebbe spezzarsi. Dobbiamo, poi, stare attenti e estirpare le erbacce che le crescono attorno. Non possiamo delegare ad altri questo compito, perché è nostra la responsabilità morale e perché potremmo correre il rischio di non raggiungere i risultati sperati o di ritrovarci con “altri “ risultati. Certo tutto questo implica  dedizione, sacrificio. Tempo. L’Amore, ovviamente,  è sottinteso.

I ragazzi sono inquieti, vivono il loro  tempo, o meglio, vivono il tempo così come noi glielo trasmettiamo. Tempo di inquietudini. Incertezze. Sono disorientati perché non hanno modelli  chiari a cui riferirsi,  in balia di tante cose. Bisognosi di punti fermi. I più deboli soccombono. I più forti si costruiscono una corazza e vanno avanti. Non sapremo mai  cosa c’è di interessante, unico, sotto quella corazza. Si apriranno solo a chi, loro, riterranno affidabili.

Chissà, però, se non abbiamo una parte di colpa in tutto questo. Il modello” famiglia”, così com’ è oggi, entra in discussione.I tempi odierni ci “occupano” sempre di più e ci portano ad avere sempre più impegni “esterni”. I figli vengono affidati, se fortunati, ai nonni, oppure a babysitter, asili, che li accudiscono. Quando poi crescono un po’, spesso, rimangono a casa, anche da soli.

Materialmente,   hanno tanto, troppo a volte. Hanno anche  tante cose che non hanno mai desiderato. E penso quanto sia  triste avere cose che non si é mai avuto il desiderio di avere. Di desideri, di sogni dovrebbero, invece, averne tanti perché nella nostra vita sono come l’arcobaleno, colorano,  e danno un senso ai nostri giorni. Sono stati  colmati di oggetti, tecnologia, capi di abbigliamento firmati…Ma, il dare cose materiali, forse, è stato un modo per mettere la coscienza a tacere per quell’affetto, quel tempo, che non abbiamo saputo o potuto  dare loro o perché assenti o perché troppo stanchi o perché incapaci tout court. E allora da qui il bisogno di compensare. Li abbiamo “occupati” con altro. L’ultimo gioco  elettronico, l’ultimo modello di cellulare, lo scooter…

Confondere il ”dare affettivo”  con il ”dare materiale”  per compensare  una carenza ha portato  nella famiglia  ad uno spostamento del  proprio baricentro. Se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione non possiamo meravigliarci. I ragazzi  si sono vaccinati. Hanno sviluppato, loro malgrado, una autonomia dalla famiglia. Si organizzano con gli amici con cui solidarizzano e fanno “famiglia”. E così, quell’intesa, quella complicità, quel legame affettivo , che  si dovrebbe consolidare tra genitori e figli, si sposta, instaurandosi  principalmente tra compagni di sventura. Il concetto di Rigore e Autorevolezza scade.   A casa,  ognuno impara a sbrigare le proprie cose, per conto proprio, autonomamente. Non ci si dà neanche più fastidio. Sembra tutto perfetto. Tutto organizzato e programmato. Peccato che le emozioni, i sentimenti  gli affetti non si possano programmare! Chiediamoci quante volte li abbiamo ascoltati, seguiti, incoraggiati, consolati,  rimproverati. Se hanno chiesto aiuto e abbiamo sminuito  l’importanza della richiesta non prestando la dovuta attenzione. Se eravamo troppo stanchi per ascoltare. Se eravamo altrove per sapere che avevano bisogno di noi. Di un nostro semplice abbraccio.  Ad ogni azione una reazione. Ti chiedono una volta, ti chiedono due volte. Poi, non chiedono più.  Non cercano più. Ti giri e sono già grandi .  E si scocciano di tutto. Mancano momenti di condivisione importanti.Chissà, se ci rendiamo veramente conto di quello che hanno o non hanno i ragazzi!
Barattare il “dare affettivo” con il “dare materiale” è come sommare mele con pere.

                                                                                                                  Brigida Bellomo

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mercoledì 16 gennaio 2013

L’ EDUCAZIONE SENTIMENTALE


Uno dei lati positivi dell’insegnamento è senz’altro lo stare a stretto contatto con i ragazzi. Mantiene giovani, attivi, vitali, motivati, inevitabilmente aggiornati su molte cose. Se non si è tanto “distratti” si è testimoni diretti del periodo più intricato, problematico, sorprendente, meraviglioso della loro vita:  la loro crescita fisica, intellettuale, sentimentale. Un privilegio ma anche, per chi la sente, una grande responsabilità.
Si tratta di adolescenti e quindi esseri in divenire.  In loro vi è, in nuce,  l’adulto di domani. La personalità  “affiora”nei comportamenti ma, anche, nelle  omissioni e fragilità.
Stare tra i banchi insieme a loro significa condividere anche le loro inquietudini. I ragazzi, se hanno qualche problema, si aprono con chi veramente pensano meriti la loro fiducia, chi sentono che  li ascolta con attenzione e interesse. Quando qualcosa li turba allora si confidano. Parlano.
Il turbamento però, a volte, è anche dell’insegnante.
Capita di sentirsi raccontare dalle ragazze(ma anche qualche ragazzo ne è coinvolto), che,  per il fatto di stare insieme con il loro” amato”, non devono vedere più  gli amici,  non devono parlare più con questo o con quello, a prova e dimostrazione del loro AMORE.  Devono dare passwords varie di cellulari, profili  facebook  e quant’altro. Questo,  su espressa richiesta dell’amato. Alcune, sopportano,” per amore”, anche maltrattamenti fisici.
L’amore diventa quindi un sentimento “a togliere”. Togliere amici,  togliere libertà,  togliere dignità,  ecc…Questa sembrerebbe essere la “normalità” dei tempi. Non scandalizza per niente e le ragazze  accettano  questo dato di fatto. Molte,  per un tale comportamento, trovano anche giustificazioni che fanno mettere le mani ai capelli solo a sentirle. Un bella pietra tombale sull’emancipazione femminile, se mai c’è stata.
Faccio allora una riflessione  a voce alta: se una ragazza, oggi,  si mette assieme ad un ragazzo, ne diventa proprietà? Una ragazza cerca  qualcuno che  la faccia sentire amata, che la renda felice e le dia conferme di quanto importante, unica,  lei sia per l’altro. Qualcuno che le faccia palpitare il cuore al solo pronunciare  il suo nome. Oppure, cerca un padrone, un tiranno, che decida per lei dove deve andare, se deve andare, con chi   deve andare? La prima cosa che  a me viene in mente da dire, in questi casi,  è: “ scappa, fuggi senza perdere tempo e senza guardare indietro. Fuggi mille miglia lontano”. Nella  memoria ancora gli echi  di fatti veramente tragici e  orribili con protagoniste ragazze.
Trattandosi di sentimenti e di sentimenti di adolescenti il terreno è molto delicato e va affrontato adeguatamente.
Ma, come si devono gestire i sentimenti?  Vi è una chiara incapacità e carenza nel gestirli. Molti ragazzi pensano che stare soli è da “sfigati”. Orribile parola, che ha preso piede e viene usata largamente. Quindi è meglio stare in coppia e farsi maltrattare. Con buona pace della dignità, del rispetto, dell’ amor proprio e della propria autostima. Il concetto di libertà diventa relativo. Che tipo di rapporto ne viene fuori? Di fiducia reciproca? Come far acquisire  la consapevolezza  che alla base di tutto vi è innanzitutto il  rispetto della propria persona e quindi la non negoziabilità della propria dignità? Esigenza primaria, quindi, è quella di migliorare la  capacità di riconoscere, gestire e sviluppare i sentimenti.
Come soggetti abbiamo ricevuto varie Educazioni ma, tra queste, nessuna traccia di quella sentimentale.  Le famiglie in genere appaiono impreparate e a volte non si rendono neanche conto di quale sia la realtà. A scuola non è prevista. I ragazzi, nel doposcuola, frequentano palestre, scuole di calcio, scuole di danza, conservatori. I genitori sono ben contenti di assecondarli in queste inclinazioni. Chissà, ne potrebbero venire fuori sportivi, atleti, musicisti, artisti di primo piano. Fanno benissimo. Ma, l’esigenza di dare loro un’educazione sentimentale chi l’avverte? L’esigenza di essere un individuo maturo anche dal punto di vista dei sentimenti, l’educazione a sentire i sentimenti e a non stravolgerli con un controllo eccessivo. Ecco, pensiamoci un po’ su e cerchiamo di far nascere e coltivare questa esigenza.
L’esigenza di non  confondere il Possesso con l’Amore.

                                                                                                               Brigida Bellomo
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domenica 13 gennaio 2013

LA CELIACHIA NEI BAMBINI: I CONSIGLI DEL PEDIATRA


La diagnosi di celiachia non è facile da accettare. Dopo un primo momento di sollievo per essere giunti ad una diagnosi dopo un certo numero di esami, medici consultati e una sintomatologia per lo più intestinale fastidiosa e con scarso accrescimento, ci si trova di fronte a una situazione completamente nuova che modifica l’organizzazione di tutta la famiglia e che crea ansia e preoccupazione. Sì, perché la diagnosi di celiachia, che non si può considerare in senso stretto una malattia, rappresenta una condizione che prevede una serie di cambiamenti alimentari e di cambiamenti relazionali tra i componenti della stessa famiglia (e tra loro e gli altri), che sembrano insormontabili.

Pare di vivere in un sogno in cui tutto ciò che hai faticosamente conquistato dal punto di vista alimentare, e non solo, viene messo in discussione e obbligatoriamente modificato. Non è una scelta di vita a cui si decide di aderire, è una tegola che ti stordisce e a cui devi reagire. Infatti è dal modo in cui il genitore riuscirà a superare questo traumatico momento e a gestire insieme alla famiglia questo cambiamento che dipenderà anche la serenità e quindi la maggiore o minore aderenza alla dieta dei piccoli pazienti.

Ma affrontiamo un problema alla volta:

lo sbigottimento: la celiachia è una condizione cronica, quindi che caratterizzerà tutta la vita di un figlio. Ciò preoccupa nell’immediato, ma visto in prospettiva sembra una condizione autolimitante per il bambino. In realtà, quegli adulti a cui la diagnosi è stata fatta in età infantile, quando la famiglia riesce a creare un ambiente sereno e collaborativo, vivono bene la loro limitazione perché riescono a crearsi i loro spazi alimentari e a gestirli dentro e fuori casa.

la conoscenza: la celiachia richiede un po’ di studio e di applicazione. È necessario da subito cambiare le abitudini alimentari del piccolo che inevitabilmente coinvolgeranno anche quelle della famiglia. A questo riguardo è estremamente utile consultare il sito dell’Associazione italiana celiachia, dove si trovano tutte le informazioni utili per i “neo-diagnosticati”. Così apprenderemo anche che andranno destinate delle stoviglie alla cottura degli alimenti privi di glutine (con particolare attenzione ai cucchiai di legno) e riorganizzata la dispensa in modo che i piccoli non possano accedere a ciò che potrebbe fare loro male.

informare gli altri: la celiachia non è una condizione che può essere nascosta come a volte avviene per altre malattie croniche. Prima di tutto i nonni e poi gli zii, la scuola ed infine gli amici devono essere informati. Molti, soprattutto i più anziani, non capiranno come un cucchiaio di legno usato per la pasta di grano non debba essere usato anche per il riso, ma dovranno essere informati pazientemente dai genitori ed aiutati a non commettere errori. Ovviamente questo risulta più facile quando si osserva un netto miglioramento della sintomatologia del bambino, meno se i sintomi sono più sfumati. È necessario coinvolgere tutti, ed in questo essere convincenti, con lo scopo comune di far stare bene il bambino. Gli amici in genere sono quelli più collaborativi e che si rendono subito disponibili, soprattutto nelle feste tra bimbi.

informarsi sulla normativa: a seguito della diagnosi del medico specialista, il celiaco ha diritto ai prodotti dietetici senza glutine, indispensabili per la sua dieta, rigorosa ed irreversibile. Può, quindi, ritirare prodotti nelle farmacie, pubbliche e private, nei supermercati e nei negozi specializzati, fino al raggiungimento di un tetto di spesa mensile secondo quanto previsto nella regione e a volte nel comune in cui si risiede. Questo è un buon aiuto considerando che i prodotti senza glutine sono abbastanza costosi.

reinventarsi la cucina: con questa diagnosi ai fornelli bisogna avere fantasia o farsi suggerire (i siti non mancano) dei nuovi piatti gustosi e graditi ai piccoli e in questo le mamme sono imbattibili. La famiglia impara a condividere molti dei piatti preparati per i piccoli e a conoscere nuovi sapori. Attualmente il numero di prodotti privi di glutine presenti sul mercato è notevolmente alto. In questa ricerca del gusto più adatto al bambino, è bene non demoralizzarsi e provarne più tipi. Sicuramente si troverà quello più adatto al palato del bambino, senza però dimenticare che solo la ripetizione dell’assaggio crea l’accettazione di nuovi alimenti.

Molti anni sono passati da quando la celiachia veniva considerata una malattia rara. L’impegno delle associazioni, dei medici, dell’industria alimentare hanno reso sempre meno difficile la vita alimentare del celiaco. È la vita emotiva e relazionale che deve essere sempre più salvaguardata, non si tratta di una malattia in senso stretto, ma di una condizione che può permettere una vita serena e senza troppe difficoltà.

Preoccupiamoci molto, allora, del clima che riusciremo a creare intorno ai piccoli e conduciamoli per mano verso l’adolescenza. Ciò che avviene nell’adolescenza sarà bene affrontarlo a suo tempo, infatti la coscienza di sé rimette in campo nuove problematiche, con serenità, o con il sostegno di uno psicologo, riusciremo a superare anche questa fase delicata.

Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
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sabato 12 gennaio 2013

“L’ ULTIMA ESTATE DI CATULLO” (Alessandro Banda)


«Gli uomini muoiono perché non sanno congiungere l’inizio con la fine», scriveva Alcmeone di Crotone, ma ne L’ultima estate di Catullo, c’è una cornice fluida di acqua e memoria, in cui l’inizio e la fine si incontrano sulla riva di un lago, in cui una vita intera si può raccontare semplicemente guardando le onde, nel loro fuggire continuo e nel loro continuo tornare.

Affacciato sull’acqua, in una villa posta alla fine di una striscia sottile di terra, un bambino ha trascorso estati calde di giochi, di spade di legno e palle di stracci; oggi un uomo, con la testa pesante su un corpo provato, in un’estate malinconica e quasi autunnale, ricorda amaramente e crudelmente narra. Potrebbe farlo in versi, perché è un poeta, ma non sarà lui a parlare stavolta; attraverso la sua bocca parleranno le onde. «Il lago si chiama Benàco. La lingua di terra Sirmione. Il poeta Catullo».

Il primo capitolo, che ha tutte le caratteristiche di un proemio epico: la prima parola indica l’argomento della narrazione e la penna dell’autore si dichiara strumento attraverso cui la Musa può scrivere il suo divino racconto. «Un uomo. Solo. Seduto davanti a un lago. [...] Musa, vergine patrona, racconta tutto quello che sai di lui». Uomo è la prima parola. L’uomo, cullato dalle onde e invecchiato dal pensiero, è il centro, il nucleo motore dell’azione del ricordare.

Gli incontri con i personaggi, invece, si costruiscono attraverso il dialogo, il genere tanto caro a Socrate e Platone che era tornato in voga a Roma con l’avvento della tragedia e soprattutto della commedia; un dialogo dai toni a tratti molto accesi, colorato da storie di donne e di amore fisico. C’è la discesa nell’Ade, ci sono i banchetti, ci sono le indovine. La primadonna è Clodia, moglie del console Quinto Metello Celere, donna che appare angelica a Verona, con il marito, la pelle di petali di rosa e gli occhi ardenti. Catullo si innamora di lei da lontano, con quell’amore devastante che è condiviso con diverse forze, istinti e passioni da tutte le specie animali; l’amore si abbatte come un morbo, provocando gli stessi riconoscibili effetti che Saffo prima di lui aveva descritto: «La notte sugli occhi. Un rombo alle orecchie. La lingua paralizzata [...] io ero più verde dell’erba» (cfr. Saffo, Effetti d’amore). L’immedesimazione con la poetessa di Lesbo, lontana nel tempo eppure a lui unita dallo stesso crudele destino, è forte al punto che Catullo farà della sua Clodia la nuova signora di Lesbo, ribattezzandola Lesbia.

Ma l’amour de loin è condannato a divenire un amore bestiale; dopo la morte del marito, Lesbia diventa una figuretta imparruccata e viziosa, che sparisce nella notte per darsi agli schiavi e ai figli degli schiavi, per offrire il suo bianco ventre al fango. Si sporca, Lesbia, e con lei il suo nome: adesso è Lycisca, la ragazza-lupa, ancora fonte inestinguibile di amore per Catullo, ma anche, da adesso, di odio. Siamo nella fucina dell’Odi et amo («Volere una cosa e poi non volerla più e poi rivolerla e disvolerla ancora [...] perché io l’amavo e l’odiavo e la riamavo e la riodiavo e la riamavo e la riodiavo ancora, all’infinito e non sapevo perché»).

Ogni episodio narrato giustifica e conferma il trionfo della poesia rispetto alla cruda realtà. La poesia e la storia, i versi e l’esistenza, il corpo e l’anima si confrontano e a tratti confondono, ma è sempre la poesia a sedurre e ipnotizzare con la sua potente capacità di dare forma e bellezza a ciò che potrebbe essere, ma ancora non è e a ciò che già esiste, ma che in versi può nascere a una nuova vita, perché «tutto possono le parole. E un poeta è il loro padrone, e il loro schiavo».

Il racconto di Catullo sembra rivolgersi continuamente a quella civiltà dal lontano splendore come una guida, una Stella Polare lucente nel buio del tempo.

                                                                                                        Chiara Fratantonio
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martedì 8 gennaio 2013

L’ASTRONAVE SULLA LUNA


Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il cardinale Bellarmino si rifiutò di guardare con il cannocchiale di Galileo Galilei dicendo che era uno strumento del demonio. Mi viene in mente anche quando il nostro amatissimo padre Puma ci spiegava la famosa frase “FERMATI O SOLE”, e noi ragazzi a ridere sotto i baffi mentre lui si arrabbiava per la nostra incredulità. Oggi la Chiesa ha riabilitato Galileo e ha ammesso di non potere escludere che nell’universo possa esserci la vita, la Chiesa è stata costretta a fare questo passo dal momento che sono tanti ormai i documenti che attestano la possibilità che l’universo sia pieno di forme di vita e sarebbe controproducente negarlo.

Sicuramente molti sono già a conoscenza della storia che voglio raccontare. Durante una delle tante missioni Apollo furono scattate molte fotografie del suolo lunare, in particolare della parte oscura della luna, cioè la parte che dalla terra non è possibile vedere.

Quando gli scienziati della NASA studiarono le immagini si accorsero che c’èra qualcosa di estremamente interessante in alcune fotografie. Eseguendo degli ingrandimenti notarono che, poggiata sulla superficie lunare, c’èra una enorme astronave spaziale a forma di sigaro, dal conteggio dei pixel si è calcolato che è lunga 3,5 Km, alcuni sostengono 5Km e alta 500m.

Sembra che gli americani abbiano deciso che questa sconvolgente scoperta non potesse essere  nascosta all’Unione Sovietica. I due governi decisero di organizzare congiuntamente una missione segreta per visionare l’oggetto scoperto.

Fu organizzata un nuova missione Apollo che prese il nome di Apollo 20.  Chiunque voglia visionare tutte le missioni Apollo che la NASA ha effettuato, si accorgerà che non esiste una missione Apollo 20. Questa missione è ancora segreta, soltanto poco tempo addietro un ex dirigente della NASA in pensione ha svelato quanto era a sua conoscenza e ha pubblicato in forma anonima i filmati inerenti alla missione Apollo 20.

Un equipaggio misto Americano-Russo ha effettuato la missione Apollo 20 raggiungendo l’astronave. Furono prelevati elementi che esaminati successivamente con il metodo del carbonio C14 ha datato l’astronave a circa 1,5 miliardi di anni or sono; in un modulo di forma triangolare hanno trovato due EBE, (Entità – Biologica – Extraterrestre), uno dei due corpi era quasi completamente distrutto, mentre l’altro era incredibilmente intatto, come è possibile vedere dalle fotografie. L’EBE del video sarebbe di sesso femminile, quasi identica ad un essere umano, a parte il fatto che possiede sei dita ed occhi più grandi del normale ed è stata trasportata sulla Terra.

In merito al sedicente pensionato NASA, sono convinto che stanno cercando “cu lu trasi e nesci”, di cominciare a informare la popolazione mondiale dell’esistenza di altre forme di vita intelligenti, i tempi credo sono maturi per dare questa importantissima notizia che inevitabilmente rivoluzionerà la vita dell’umanità.

Chiunque volesse saperne di più, è sufficiente che scriva: “astronave sulla luna”, nella barra di google e prema invio.  Comunque la pensiate:   buona visione.

                                                                                                                  Roberto Salvo
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lunedì 7 gennaio 2013

LA POLITICA COME FUNZIONE SOCIALE


Le feste sono passate. Tra buonismi, critiche, buoni propositi e iniziative, si torna ad una normalità che finisce appena di covare sotto la cenere e ritorna ad infiammarsi. Durante il Natale si pensava: “Ma sì! facciamo anche noi uno sforzo e scambiamo un sorriso col nostro eterno rivale”. Ci si sentiva anche bene interiormente. Poi, dopo il capodanno, il sorriso si faceva sempre più a denti stretti, fino ad arrivare, all’epilogo dell’Epifania, a bocca serrata. Proprio, proprio se non se ne poteva fare a meno.

I discorsi in piazza non sono certo mancati e continuano anche adesso, anzi si fanno più accaniti alla luce di nuove tasse che flagellano la popolazione, vinta ormai dalla crisi e da precedenti tributi già esosi. Come al solito, si ascoltano tante versioni, tante interpretazioni, tante proposte di soluzioni.

Non vogliamo, adesso, entrare nel merito di analisi specificamente tecniche e aspettiamo che si faccia chiarezza di un’ingarbugliata vicenda come quella della TARSU, che torna a battere cassa. Siamo certi che persone competenti possano documentarsi e dare le giuste risposte ai tanti cittadini che spesso rimangono disorientati e non sanno cosa fare.

Parlavo di tutto ciò con alcuni esponenti politici e azzardavo un’iniziativa che raggruppi i vari rappresentanti locali di partito, che promuovano tutto quello che è necessario, documentandosi presso le autorità competenti e, in seguito, siano referenti per tutti i cittadini di Racalmuto. In questa delicata vicenda non si può procedere per sensazioni ma con dati certi e risposte univoche e chiare. Credo che la funzione della politica, soprattutto nella vita di una piccola comunità, debba essere anche questa. E se per una volta si mettono da parte gli attriti, le ideologie diverse e le azioni personali, si renderà, finalmente e veramente, un utile  servizio al Paese.

Racalmutese Fiero
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mercoledì 2 gennaio 2013

FESTE NATALIZIE: ALIMENTAZIONE E BAMBINI

Tempo di feste, ma anche di grandi abbuffate e di vizietti. Le vacanze natalizie sono l’occasione per passare più tempo in famiglia e con gli amici, per rilassarsi e divertirsi. Il rischio, però, è di lasciarsi andare un po’ troppo, soprattutto con il cibo: tavole imbandite di dolci e frutta secca sono una tentazione quasi irresistibile per i bambini così come per gli adulti. Come devono comportarsi, allora, i genitori con i loro figli? Panettone o pandoro? E per i regali? Lo abbiamo chiesto al professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e presidente dell’ECOG, l’European Childhood Obesity Group: “Bisogna darsi delle regole, ma devono valere per tutti”.

Professor Vania, Natale vuol dire anche eccessi calorici. Che consigli si sente di dare ai genitori per l’alimentazione dei loro figli?

“Di darsi delle regole. La cosa più importante sarebbe quella di festeggiare solo il Natale e la vigilia, Santo Stefano, l’ultimo dell’anno, Capodanno e l’Epifania, considerando tutti gli altri giorni di vacanza come giorni normali, anche e soprattutto a tavola. Se ci si limita a qualche eccesso solo nelle festività, la situazione può essere più facilmente tenuta sotto controllo. Un altro consiglio è di fare come si faceva nel passato, quando le possibilità economiche erano diverse e non c’era tutta questa abbondanza: cioè di non imbandire la tavola con duecento piatti tutti in una volta, ma di servirli poco per volta”.

Bisognerebbe avere anche un’attenzione particolare verso le porzioni, no?

“Non si possono però dare ‘mezze porzioni’ ai più piccoli se poi tutti gli altri mangiano in maniera smodata: le regole devono valere per tutti, altrimenti diventano controproducenti e frustranti per i bambini. Piuttosto, per controllare le quantità, le porzioni le devono fare i genitori, dunque valutando quali siano le quantità giuste per le loro età, e senza lasciare che i bambini si servano da soli: e questo dovrebbe valere non solo durante le feste, ma ogni giorno dell’anno. Inoltre, per allontanare le tentazioni, è bene non tenere sempre a tavola dolci e cioccolata”.

A proposito di dolci: tra panettone e pandoro che cosa è meglio per un bambino?

“Tra i due è meglio il panettone, soprattutto se viene dopo una grande abbuffata. Ogni cento grammi, il panettone fornisce infatti circa 360 calorie con 10,7 grammi di grassi, mentre il pandoro, dato che è più ricco di burro, è più calorico e ha più grassi (quasi 400 calorie e 16,7 grammi di grassi ogni cento grammi). Se però il bambino vuole il pandoro, basta ridurre la porzione”.

Con il Natale chiude la scuola, si sospendono le attività sportive, si tende ad andare a letto e a svegliarsi più tardi. Come evitare che i bambini cambino totalmente ritmi e abitudini?

“Un po’ di cambiamento è inevitabile durante i periodi di vacanza. Bisognerebbe, però, cercare di mantenere un minimo di attività fisica e questo è possibile soprattutto se i genitori hanno più tempo libero. Anche a Natale, infatti, le occasioni non mancano per fare un po’ di movimento: il pattinaggio sul ghiaccio, una bella passeggiata approfittando dei mercatini… magari stando lontani dalle bancarelle dei dolciumi. Anche se, è vero, il freddo brucia calorie, per cui qualche dolcetto ci può stare, ma sempre con moderazione…”.

Forse non è compito di un pediatra, ma se potesse che consigli darebbe per i regali ai bambini?

“I regali più richiesti sono oramai i giochi elettronici, ma con la stessa spesa sarebbe meglio una bicicletta. Se proprio devono essere console e videogiochi, vanno privilegiati quelli interattivi, che almeno comportano un po’ di movimento. Inoltre, non andrebbero regalati dolciumi, ma so che è difficile, perché oramai è una tradizione acquisita. La calza della Befana aveva però senso cinquant’anni fa, quando c’erano meno occasioni per i bambini di mangiare torroni e cioccolata. Se proprio si vuole continuare a farla, è meglio che nella calza ci siano un regalino e qualche caramella, e non solo caramelle”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
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sabato 22 dicembre 2012

LO SCHERZO DEI MAYA

Niente di fatto, la terra ci dovrà sopportare ancora. La profezia non si è avverata. Tanti hanno preferito anticipare le partenze. Altri sono rimasti tappati in casa. Altri ancora hanno preferito spostarsi in località a loro gradite: quale migliore fine, nel posto migliore!
Ci si chiedeva chi sarebbe stato il prescelto per continuare la specie. Certo, la scelta sarebbe caduta sui giovani e non su quelle persone che, ormai, hanno poco da dire. Si puntava, quindi sul vigore e non sull'esperienza. C'era chi avrebbe preferito soccombere per non essere più costretto a sopportare le brutture e le ingiustizie di questo mondo. Una sorta di arca di Noè, insomma, dove rifugiare i buoni, i migliori e quanti destinati ad un compito difficile e, al contempo delicato; tramandare i geni e partecipare attivamente alla rinascita del nuovo mondo. Un mondo di giustizia, di uguaglianza, di altruismo.
Forse, osservando la realtà in cui versa il nostro pianeta e scendendo anche in ben più piccole realtà, che tutto ciò non sia successo, potrebbe essere stato un danno. A volte, situazioni incancrenite si risolvono solamente col rinnovamento e con uno spirito sicuramente propositivo. Lungi da quelle calunnie che soffocano il democratico pensiero e tendono a relegare quanti hanno visioni più ampie e credono che tanto si possa fare per ricostruire assieme, tutto quello che in molti si sono adoperati a distruggere, sfoggiando a volte, con sfrontatezza, e arrogandosi meriti di positività inesistenti.
La terra ha resistito e, probabilmente, resisterà per altri millenni. Almeno fino a quando gli uomini, col loro agire, con le loro calunnie, con mediocri e falsi atteggiamenti, saranno gli unici fautori di questa distruzione totale. Abbiamo, quindi, una sola possibilità: prendere coscienza che siamo gli unici artefici di noi stessi e, quindi, del nostro destino. Per ora, godiamoci ancora questo mondo. 

Racalmutese Fiero
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giovedì 6 dicembre 2012

I NUOVI MOVIMENTI GIOVANILI: UN ALTRO ’68 ?


Negli ultimi mesi, tante sono state le manifestazioni che hanno coinvolto più classi della società civile, dagli studenti ai lavoratori. Manifestano un disagio per le attuali condizioni in cui versa la scuola, le fabbriche, l’economia, l’occupazione e tutto il sistema politico italiano, che sembra non accorgersi delle esigenze pressanti di una società che rischia il default.

Non volendo assolutamente fare un parallelismo – i tempi diversi, le problematiche attuali non lo permetterebbero – vorrei puntare l’attenzione ai metodi di manifestare che, in passato sono stati presagio di un dilagare di contestazioni, alcune perdendo la vera motivazione, sfociate poi in movimenti criminali che hanno reso buia una lunga pagina di storia italiana.

Il ’68, in Italia, rappresentò soprattutto modernizzazione culturale, dando il via a una nazione più progredita che avrebbe in seguito varato le leggi sul divorzio e che partorì uno straordinario movimento femminista. Un’epoca che vide una stagione fiorente nel campo del cinema e della letteratura. Da molti il ‘68 è stato definito un vento di “filosofica follia”. L’Italia dopo quegli anni non fu più quella di prima. Furono gli anni della contestazione globale che vide come protagonisti gli studenti. Allora come ora.

Effetto di un futuro incerto e di una crisi iniziata negli anni precedenti e sfociata poi, in tutta la sua drammaticità. La contestazione, frutto di uno smarrimento, assunse toni di estremismo e si propagò in tutti i campi. Iniziò nell’ ambito della scuola che lamentava un’organizzazione degli studi senza raffronto alcuno con la realtà. Si propagò, sfociando nella sollevazione sindacale,  alle forze lavorative. Si voleva o forse ci si illudeva, di cambiare il mondo, trasformando il sistema.

Analizzando, il ’68  possiamo definirlo come presa di coscienza di un’Italia che muoveva i primi passi nel boom economico e che avrebbe conosciuto, in futuro, periodi di profonda crisi dei valori, coinvolgendo l’ambito politico istituzionale. Anticipando le questioni odierne, quegli anni possono apparire estremamente attuali, obbligando a far capire che la ragione deve essere l’unica a suggerire le giuste politiche da applicare a una società sempre più competente, sempre più razionale ed esigente.

Racalmutese Fiero
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domenica 25 novembre 2012

PER TUTTI I GIORNI


Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne. A pensarci bene, se esiste una tale ricorrenza  vuol dire che l’uomo non ha ancora imparato a comportarsi da uomo. Ma soprattutto, e questa è la constatazione più grave, significa che la celebrazione della giornata serve a tacitare le coscienze, per poi dimenticare il tutto per un altro anno intero. Come accade con le giornale in memoria di altre vittime: si ricordano in una celebrazione e poi nulla più, passata la ricorrenza, i discorsi, ci si è puliti la coscienza e si è convinti di aver fatto abbastanza.

La disparità tra i sessi inizia proprio da queste giornate. Per l’uomo in generale, per le istituzioni che latitano in campagne di sensibilizzazione , per i mariti maneschi. Non  esiste una festa “dell’uomo” ma quella della donna sì, non esiste una giornata per gli “uomini uccisi”, per le donne sì.

Forse sarebbe più utile cancellare la giornata contro la violenza sulle donne e impegnarsi sul campo e fare una cultura della convivenza e della non violenza, iniziando dall’educazione a tali principi fin dalle scuole, fin da quando si è bambini, proprio come si fa per le vittime di mafia e del terrorismo: insegniamo ai nostri figli ad essere nel futuro dei bravi mariti. Perché capiscano che un uomo che picchia o uccide un donna è un vigliacco. E non lo è un giorno all’anno ma per sempre. E, soprattutto, lo Stato non  deve ricordarsene solo in occasione della ricorrenza.

La violenza sulle donne è una piaga sociale grave, e che purtroppo vede un incremento nel nostro paese  di anno in anno ed è presente in ogni contesto lavorativo, istituzionale, familiare. E non va dimenticato che la violenza sulle donne e la discriminazione vengono consumate e perpetrate  in mille modi. Di seguito alcuni dati:

“Le vittime in Italia sono oltre centoquindici dall'inizio dell'anno. Ogni 60 minuti una donna viene uccisa nel mondo e l’Italia, purtroppo, non fa eccezione. Nel 2011 sono state 127 le donne uccise nel nostro paese, circa una ogni 60 ore, mentre nei primi nove mesi di quest’anno sono già più di 100, e di queste 74 sono rimaste vittima della violenza di mariti e fidanzati. In Italia infatti la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è la violenza domestica e, secondo le anticipazioni dei dati 2012 di Telefono Rosa, le violenze all’interno di rapporti sentimentali sono in ulteriore aumento: questo tipo di abusi ha raggiunto l’85% di tutte le violenze, il 3% in più del 2011.

Secondo l'Istat in Italia almeno il 5% delle donne è stata vittima di stupri o tentati stupri e una italiana su tre tra i 16 e i 70 anni (più di sei milioni di donne), è stata vittima nella sua vita dell'aggressività di un uomo, di molestie fisiche o sessuali. Quasi 700 mila donne inoltre, sempre dati Istat, hanno subito violenze ripetute dal partner e avevano figli al momento della violenza, e nel 62,4% dei casi i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza.

Dati allarmanti anche quelli relativi al fenomeno dello stalking, in costante aumento negli ultimi anni: secondo l'Osservatorio nazionale sullo stalking, il 10% circa degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking, l'80% delle vittime è di sesso femminile e la durata media delle molestie insistenti è di circa un anno e mezzo”.

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venerdì 23 novembre 2012

L’ INFANZIA NEGATA


Le immagini di quei piccoli corpi straziati da violente esplosioni vengono rapidamente diffuse sui social network, meno sulle televisioni. Un uomo porta in braccio una bimba esanime. Il suo viso è color cenere, bruciato e sfigurato dalla violenza delle armi. Una seconda immagine mostra altri quattro bambini all'obitorio. Gli occhi sono leggermente socchiusi, ma è un'illusione.

Chi è nato a Gaza nel 2000 ed ora ne conta dodici ha subito i durissimi giorni dell'Intifada al-Aqsa, è scampato ai missili e ai proiettili di Piombo Fuso.

Oggi a Gaza non ci sono più bambini, ma sopravvissuti. Sopravvissuti che hanno nomi e storie, così come nomi e storie hanno tutti i loro coetanei che sono morti fino ad oggi. Una realtà dei fatti che stride pesantemente con le recenti dichiarazioni del portavoce del primo ministro israeliano, Alex Selsky, secondo:“There are no children hurt by the IDF” (“Non ci sono bambini feriti dall’esercito israeliano”).

Save The Children ha provato in questi giorni a lanciare l'allarme in merito ai danni psicologici che i bambini possono aver subito nel corso degli attacchi. Quello dell'organizzazione internazionale è però solo l'ultimo appello teso a sottolineare le drammatiche condizioni in cui si trovano a vivere i bambini di Gaza, quelli che non muoiono durante i conflitti a fuoco, quelli che scampano alle bombe e che schivano i proiettili.

Il 2 giugno, Amnesty International rilasciava un comunicato dall'eloquente titolo "Gaza’s lost children" (“I bambini perduti di Gaza”). Secondo il dottore Fadil Abu Hayan, circa il 50% dei bambini di Gaza soffre di insonnia a causa dei traumi subiti. Moltissimi hanno paura del buio, così come hanno attacchi di panico e vivono con un continuo senso di paura che non li abbandona mai. Sono tempi difficilissimi persino per chi deve ancora nascere. Nel 2016, afferma l'Onu, l'acqua di Gaza non sarà più potabile. Del resto già oggi il 90% dell'oro blu che scorre nei rubinetti delle case dei palestinesi della Striscia non rispetta gli standard della World Health Organisation (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Chi vede la luce quest'anno si ritroverà nel 2025 a vivere insieme ad altre 2 milioni e 700 mila persone che affolleranno i 365 chilometri quadrati di terra che compongono l'enclave palestinese. In un rapporto sempre di quest'estate, Save The Children analizzava anche l'impatto dell'embargo imposto da Israele sulla salute dei bambini. L'assenza di cibo fresco e la scarsa qualità (nonché in molti casi quantità) degli alimenti ha reso malnutrito il 10% dei bambini sotto i cinque anni. Il 58,6% dei bambini in età scolastica soffre di anemia per mancanza di ferro ed addirittura la medesima problematica riguarda il 68% dei minori di età compresa fra i nove ed i dodici mesi.

Il rapporto osservava infine quanto i risultati dell'operazione Cast Lead (Piombo Fuso) avessero influito sulla salute mentale dei più piccoli. Ci sembra interessante riportare alcuni dati in merito, perché se i metodi del Pillar of Defense (Pilastro della Difesa) sono gli stessi del Cast Lead, lo saranno probabilmente anche le sue conseguenze sui bambini di Gaza. Circa la metà delle 3.017 famiglie intervistate ha riferito che almeno un membro della famiglia ha mostrato segni di irritabilità, attacchi di pianto, incubi, insonnia e paura del buio. Oltre un terzo ha riferito di aver sperimentato con sempre maggiore frequenza ripetuti pensieri di morte.

I bambini di Gaza sono in gran parte malnutriti, spaventati e psicologicamente instabili. Hanno visto la morte di parenti, genitori, fratelli o sorelle. Hanno paura del buio, perché ricordano il frastuono delle esplosioni, e poi le grida e il sangue. Secondo Aida Kassab, del Gaza Community Mental Health Program, moltissimi bambini soffrono del post traumatic stress disorder (disturbo post-traumatico da stress), esattamente lo stesso disturbo di cui soffrono i militari americani tornati dall'Iraq o dall'Afghanistan. Se un bambino soffre delle medesime problematiche di un soldato addestrato e pronto per la guerra, si può facilmente immaginare quali saranno le ripercussioni sulla sua vita futura.

Questo è un altro dato che non si può ignorare. Questi bambini, maltrattati, violentati nella loro infanzia, prigionieri di un vortice di violenze inspiegabile ai loro occhi, rappresentano il futuro della Palestina.

                                                                                                        Marco Di Donato
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domenica 18 novembre 2012

MAI DIRE CLANDESTINO


Domani, 19 novembre, al Castello Chiaramontano, il seminario dal titolo: “Mai dire clandestino”, organizzato da Malgrado Tutto.

Il nostro non è un Paese razzista.. Non c’è dubbio tuttavia, che vi siano state, a volte, delle intolleranze verbali verso chi, per fuggire a una guerra, alla miseria o alla oppressione, ha deciso di espatriare e fissare la dimora in questi nostri luoghi.

Del resto, tutta l’Italia non può essere definita una nazione xenofoba, anche se, schieramenti politici del nord hanno fatto della lotta contro l’immigrazione un obiettivo pretestuoso, finendo poi per privilegiare altri temi. Tuttavia c’è una  stigmatizzazione dello straniero e un disagio prodotto dal faticoso impatto tra residenti e immigrati. Qui sta il nodo cruciale dell’intero problema.

Una preoccupazione collettiva nei confronti dello straniero, tanto più in una fase di acuta crisi economica, è un sentimento, per certi versi spiegabile:  erroneamente si pensa che lo straniero tolga lavoro ai residenti in una realtà marcata profondamente dalla crisi occupazionale. In verità, gli stranieri che giungono nel nostro paese, si adattano a svolgere lavori che, noi residenti, rifiutiamo di svolgere. C’è inoltre, una questione di linguaggio che, separando due opposti fratelli, favorisce il termine  per l’identificazione di chi è in posizione, in maniera supponente, di inferiorità: clandestino. Un meccanismo, a volte istintivo che porta l’uomo al rifiuto del nuovo o del diverso. Quello che succedeva, ad esempio, negli anni sessanta con i nostri migranti , forzati a cercare lavoro al nord e mortificati nella loro dignità di uomini nel leggere i cartelli affissi negli usci dei bar: “vietato l’ingresso a meridionali e cani”.  Vengono chiamati clandestini quanti sbarcano sulle nostre coste e mostrano i loro volti alla curiosità dei residenti e di noi tutti, privi di ogni cosa e totalmente disarmati,  semi nudi, febbricitanti e comunque assolutamente inermi. Per questi esseri umani, abusiamo troppo spesso del termine clandestino. Che fa pensare, soprattutto, a una  figura  che agisce nell’ombra e, dalla quale, ci sentiamo minacciati.

Racalmutese Fiero

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mercoledì 14 novembre 2012

NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE


Sono sempre di più quelli che vorrebbero che sui frontalini dei televisori ci fosse scritto:

NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE – TENERE LONTANO DAI BAMBINI.

L’avvertenza naturalmente non si riferisce al mezzo, ma a ciò che attraverso esso arriva direttamente alle menti di chi la guarda.

La televisione indubbiamente è stata uno strumento educativo formidabile, stando comodamente seduti in salotto ci permette di apprendere, ci informa in tempo reale di fatti e notizie a livello globale. Ritengo anche che ci abbia uniti come identità nazionale, divulgando la lingua e i costumi del nostro paese. Anche la parte che riguarda l’intrattenimento è importante, ha permesso a tantissimi di conoscere e apprezzare il mondo della cultura e dell’arte e ci distrae con spettacoli di ogni tipo. Ma allora dove sta il problema? Gli esperti ci dicono che la televisione può manipolarci, può farci perdere la facoltà di scindere la realtà dalla fantasia facendoci credere di vivere in un mondo irreale, può manipolare lentamente il nostro pensiero, farci credere di avere dei bisogni di cui in verità potremmo fare benissimo a meno. I giovani possono credere che la massima aspirazione della vita sia partecipare a certe trasmissioni e molte ragazze sognano di realizzarsi facendo le veline. Tralascio volutamente di parlare dell’uso politico terrificante di cui il mezzo è capace.

L’aspetto più pericoloso sul quale tutti gli esperti sono concordi, riguarda gli effetti sui più piccoli.  Molti psicologi sono preoccupati del fatto che la televisione provoca in loro un aumento degli istinti aggressivi, i bambini vengono desensibilizzati e le scene di violenza vengono dopo qualche tempo viste senza emozione, come normalità. I bambini tendono a parlare e a comportarsi, come se fossero adulti, di violenza, sesso, ma essi sentono e pensano ancora da bambini.

Anche la vita familiare viene influenzata; spesso durante il pranzo e la cena si guarda la televisione e questo impedisce ogni possibilità di dialogo, la sera si guardano i programmi preferiti a volte in stanze separate. I genitori in questo modo perdono il contatto con i figli, non parlando con loro li conoscono superficialmente e i ragazzi crescono da soli. E’ vero, nuoce veramente, ma se impariamo a dosarla ed assumerla con intelligenza, è un mezzo veramente stupefacente.

                                                                                                                       Roberto Salvo
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domenica 11 novembre 2012

OBESITA’ INFANTILE E DISLIPIDEMIA


È ormai certo che l’obesità, già nel bambino e nell’adolescente, determina una serie di problemi medici e psicologici che, se non diagnosticati e trattati, possono portare a malattie anche gravi nelle età successive.

Una delle malattie legate spesso all’obesità pediatrica è la “dislipidemia” cioè una variazione di fuori dei valori normali di una o più delle frazioni di lipidi (grassi) nel sangue del bambino: possono aumentare il colesterolo totale, quello cosiddetto cattivo (LDL), così come i trigliceridi, oppure può scendere il libello del cosiddetto “colesterolo buono” (HDL).

Una delle conseguenze della dislipidemia è la “cardiovasculopatia aterosclerotica”, che, nell’adulto, è la principale causa di morte e di una cattiva qualità di vita in tutti i Paesi Industrializzati.

Purtroppo è ormai accertato che la cardiovasculopatia aterosclerotica ha inizio già in età pediatrica. Il suo inizio precoce è favorito dalla presenza nel bambino di dislipidemia, o di obesità, o della tanto temuta “sindrome metabolica”, che è l’unione delle prime due malattie con diabete o pressione alta.

Le dislipidemie non sono dovute solo all’obesità: ce ne sono di quelle genetiche, o di quelle secondarie ad altre malattie o a farmaci, oppure anche al diabete. Negli ultimi anni purtroppo il diabete sta comparendo come complicanza dell’obesità anche fra i bambini; nel bambino con eccesso di peso, infatti, l’eccesso di grasso causa un aumento dell’insulina nel sangue che, tuttavia, nonostante l’aumento, non riesce a svolgere al meglio la sua funzione, che è quella di far entrare il glucosio – lo zucchero del sangue – nelle cellule (questa incapacità di svolgere quella funzione si chiama insulino-resistenza), mentre l’eccesso in circolo di insulina favorisce la formazione di accumuli di colesterolo nelle arterie.

Come si può prevenire l’aterosclerosi?

Innanzitutto è importante mantenere un peso adeguato rispettando i fabbisogni di calorie e nutrienti per età e sesso, e qualora vi sia già un eccesso di peso cercare di ritornare al peso ideale (o nel caso del bambino al giusto rapporto tra peso ed altezza) utilizzando una dieta ipocalorica bilanciata. Ma già anche nelle prime età della vita è possibile intervenire, favorendo l’allattamento al seno, che ha un’azione di prevenzione sia nei confronti dell’obesità che dell’aumento dei lipidi ematici. Poco più oltre, durante il periodo del divezzamento, sarà opportuno evitare l’eccesso di calorie, ma anche quello di proteine e zuccheri semplici. È poi una buona norma generale dell’alimentazione, ma soprattutto valida in questo caso, quella di utilizzare solo – o comunque preferibilmente – l’olio extravergine di oliva, evitando invece i grassi idrogenati, o quelli definiti solo “grassi vegetali” senza specifica, come quelli spesso presenti nei prodotti da forno, che spesso nascondono olio di cocco e/o di palma ricchi di grassi saturi che predispongono fortemente allo sviluppo di dislipidemia. Aiuta anche consumare adeguate quantità di pesce fresco o surgelato (almeno 4 volte a settimana); privilegiare le proteine vegetali (i legumi, anche questi 4 volte a settimana) rispetto a quelle animali (per cui la carne non andrebbe consumata più di 3 volte a settimana), e comunque tra le carni scegliere quelle più magre; assumere le giuste quantità di fibre (che sono nei legumi, nei cereali integrali, ma soprattutto nella frutta e nella verdura). E per il latte, da sempre considerato un alimento fondamentale, soprattutto in età infantile? A partire dal 3° anno è bene che il latte o lo yogurt siano assunti ancora almeno 1 volta al giorno, ma nel tipo “parzialmente scremati”; sempre da quest’epoca è bene anche preferire i formaggi a minor contenuto di grassi (in genere quelli freschi rispetto a quelli stagionati) e consumarli non più di 1-2 volte a settimana, così come i salumi, che vanno utilizzati con parsimonia (anche questi 1-2 volte a settimana, e meglio prosciutto crudo privato del grasso visibile o bresaola rispetto a salame e mortadella). Insomma… dobbiamo cercare di riappropriarci di qualcosa che fa parte da sempre della nostra cultura: la Dieta Mediterranea!

Ma non dobbiamo dimenticare che anche ridurre la sedentarietà ha una forte influenza sia sui grassi del sangue che sul peso.

Quindi: non più di 2 ore davanti agli schermi di qualsiasi genere, e far sì che il bambino passi il tempo libero a fare giochi di movimento, meglio (se possibile) all’aria aperta. L’attività fisica “organizzata” è sicuramente importante, bene sarebbe se ci fosse almeno 2-3 volte a settimana per 1 ora (vera!) per volta, ma non dimentichiamo mai che 3 ore di sport a settimana poco possono contro le 4-5-6 o più ore al giorno a guardare la TV o giocare al computer!


Dott.ssa Assunta Martina Caiazzo
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
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mercoledì 7 novembre 2012

“ LA MEGLIO GIOVENTU’ ”


Non è mai facile parlare di giovani senza rischiare di commettere clamorosi errori. E’ difficile capire chi purtroppo ormai è lontano dal nostro mondo, al quale in futuro apparterrà, ma che ora vive in quello che a noi è appartenuto in un’epoca diversa. Non per questo possiamo azzardare giudizi; le generazioni cambiano ed evolvono con i tempi. Noi adulti o anziani, siamo portati a pensare che il mondo dei giovani subisca sempre più un’involuzione.

Ma quanta responsabilità hanno loro e quanta ne hanno gli adulti a cui la vita, naturalmente e conseguenzialmente affida il futuro di questi nostri figli? Quanta responsabilità abbiamo noi nella loro formazione e nei loro comportamenti che spesso sono lontani dalle regole, poco accettate o per niente condivise? Constatiamo la loro arroganza, l’insoddisfazione e la mancanza di rispetto verso gli altri. Molte volte assistiamo a comportamenti che sfociano in atti deprecabili.

Sono tutti atteggiamenti che denotano un disagio, il disagio di appartenere a un’epoca che tanto sentono lontana dai loro reali problemi. Sono mutevoli non solo nei comportamenti ma, soprattutto, negli umori e tendono sempre più a richiudersi come ricci nei loro mondi a volte effimeri. Non si sentono capiti e non hanno torto. Noi non li coinvolgiamo, li condanniamo e basta, non li condividiamo, forse li usiamo e riempiamo la loro testa con le nostre idee. La società moderna poco si adopera nei loro confronti, sia in termini di strutture  che in programmi atti a un loro opportuno inserimento nella società.

Scarsa l’attività della politica e della società tutta  tendente a minimizzare i disagi interiori dei giovani. Così assistiamo sempre più alla volontaria emarginazione di queste generazioni che non sentono il conforto, che possibilmente per timidezza, più che per sfrontatezza, mostrano di rifiutare e manifestano i loro contrasti interiori con intemperanze anche violente. Quanto la società di oggi, la scuola, i genitori sono responsabili di tutto ciò e quanto si può ancora fare per evitare di consegnare ad un prossimo futuro insicuri adulti? Loro seguono dei modelli, sintomo evidente di una reale e attuale insicurezza.

Ecco perché gli adulti, gli educatori, i leader sociali, culturali hanno l’obbligo morale di rappresentare un valido esempio e di stemperare la loro sostanziale ostilità verso il mondo esterno. Ancor di più in una società attuale dell’avere e del consumare e della carenza occupazionale e della mancanza di future certezze, che inibisce i giovani dal procacciarsi legittimamente risorse economiche e che predica alcuni valori ma ne vive altri in contraddizione ad essi.

Racalmutese Fiero

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martedì 30 ottobre 2012

CI SARA’ PURE UN GIUDICE A BERLINO


La  Sicilia consegna alla sua storia politica queste particolari elezioni 2012 del suo presidente.

La prima novità è arrivata dal mare; un non più giovane uomo barbuto del profondo nord  raggiunge a nuoto la Sicilia. Si tratta di un uomo che pur  rivoluzionando il modo di fare politica, utilizzando la rete internet, sbarca nella nostra Isola e comincia una campagna elettorale con il metodo più antico che lo porta a fare comizi paese per paese.

Finalmente si chiudono le urne e si concretizza la seconda grande novità: meno della metà dei siciliani si è recata alle urne, un fatto senza precedenti. Quali sono stati i motivi che hanno portato a questo?  Molti pensano che i siciliani né hanno avuto abbastanza della politica, di tutte le promesse fatte dai politici e mai mantenute e, rassegnati dall’immutabilità delle cose, sono rimasti a casa. Altri,  più maliziosi,  pensano che questa volta, a causa delle precarie condizioni economiche in cui versa la Regione, con un debito di sei miliardi, i politici non hanno potuto né promettere né dare e questo ha provocato l’astensione al voto.

La terza grande novità sta nel fatto che un movimento, che si è presentato per la prima volta alle elezioni siciliane diventa il più votato dell’Isola, il suo leader  promette  ai cittadini la  trasparenza.

Il candidato Crocetta, appoggiato da una coalizione di partiti di centrosinistra, è stato eletto nuovo presidente della Regione Sicilia. Le sue prime dichiarazioni riempiono di speranza il cuore dei siciliani, dichiara che, come ha sempre fatto, contrasterà la mafia invitandola a fare le valigie , licenzierà tutti i consulenti esterni, ogni appalto sarà dato con la massima trasparenza, ridurrà il numero dei deputati e i loro stipendi, saranno eliminati i vitalizi e ogni spreco.  Tante sono state le cose dette nelle prime dichiarazioni dal nuovo presidente e noi tutti che conosciamo  Crocetta, come uomo sincero e onesto, crediamo in tutto quello che ha dichiarato.

Purtroppo tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, come si suol dire, il nuovo governatore della Sicilia, sfortunatamente, non ha una sua maggioranza e dovrà chiedere ad altri partiti di appoggiare la sua giunta.

Gli schieramenti a cui dovrà chiedere l’appoggio non hanno mai detto ne fatto le cose che il presidente Crocetta vuole realizzare e, soprattutto tra questi partiti, che dovrebbero sostenerlo, c’è chi è appena uscito dal precedente governo,  che ha realizzato proprio le cose che il nuovo presidente intende eliminare. Ci chiediamo se queste forze politiche potranno mai smentire se stesse.

Un brivido corre sulla schiena dei siciliani stanchi di mangiare crocchè  e il timore che, anche se animato da buone intenzioni, il presidente Crocetta non potrà realizzare i progetti che ha in mente e tutto ciò che ha promesso al popolo siciliano.

« Noi fummo i gattopardi, i leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. » 

(Principe  Fabrizio Salina)

                                                                                                                     Roberto Salvo
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