mercoledì 17 ottobre 2012

LA SOSTENIBILITA’ DEI PRECARI


Siamo sempre stati propensi ad affrontare le questioni considerando i pro e i contro senza pregiudizi e con la massima correttezza. Sono sicuro di potere affermare che  questo blog, “Castrum Racalmuto Domani”,  ha sempre fatto propria questa filosofia e ha cercato in ogni occasione di essere correttamente imparziale in tutte le questioni di cui si è occupato con i suoi articoli. Questo ci ha portato spesso a stare dalla parte dei Commissari, a difendere la legalità che rappresentano e il duro e difficile compito che  hanno assunto.

Abbiamo appreso che in occasione dell’insediamento del nuovo commissario, il vice prefetto Filippo Romano, è stata indetta, nei locali del Comune, una conferenza stampa. Tra i tanti argomenti  trattati e che condividiamo in toto, è stato detto dal dott Enrico Galeani, riferendosi ai precari, che i Commissari non licenzieranno nessuno.  Questa affermazione non può che farci piacere, conoscendo bene l’importanza che questo comporta per centocinquanta famiglie che traggono sostentamento da questo magro reddito.

Quello che ci preoccupa e che non vorremmo possa essere causa di delusione o disperazione per i lavoratori citati, è se i Commissari hanno effettivamente il potere di assicurare quanto promesso. Infatti a fronte di un organico di 222 unità, tra ruolo(84), contratto a tempo determinato(76) e LSU, questi ultimi, in numero di 62 sono a carico della Regione Sicilia per un totale di € 1.500.000 anno. Restano a carico del Comune esclusivamente i contributi INAIL. Risulta che le casse regionali siano in disavanzo di parecchi milioni di euro e che se l’Ente regionale non dovesse far fronte ai pagamenti dei precari, l’onere dovrebbe essere assunto dal Comune che in nessun caso, vista la situazione economica in cui versa,  potrebbe far fronte al pagamento degli stipendi.

Ci chiediamo quindi se, quando i Commissari affermano che non licenzieranno nessuno, lo fanno perché hanno avuto assicurazione da parte della Regione siciliana, ente che eroga i fondi per le retribuzioni dei lavoratori LSU. Ci permettiamo di sollevare questo dubbio perché non vogliamo che ci siano incomprensioni su un argomento così importante che coinvolge molte famiglie.

Come dichiarato dal dott. Emilio Saverio Buda, il Comune di Racalmuto rischia il “disastro sociale” e direi anche finanziario,  difatti se il personale venisse confermato bisognerebbe considerare anche il minore introito riconosciuto dal Ministero dell’Interno quale “attribuzione di entrata da federalismo fiscale municipale e altri contributi”.

Come si evince dal sito www.finanzalocale.interno.it nel menù “Trasferimenti Erariali e attribuzioni di entrata da Federalismo fiscale e municipale”  del Ministero dell’Interno, risulta che a Racalmuto, per l’anno 2012, viene riconosciuto un importo totale di € 1.669.018,96 contro le risorse assegnate nell’esercizio 2011 di € 2.125.669,05 con una diminuzione di entrata corrente pari ad € 456.650,09.

Dal progetto di bilancio di previsione 2012 presentato dai Commissari nella parte entrata corrente risulta “finanziamento statale € 2.082.638,31” con  una evidente incongruenza di dati finanziari tra quanto comunicato dal Ministero e quanto iscritto nel progetto di bilancio 2012.  Si tratta di una distrazione tecnica-finanziaria!!!!!!

L’incidenza della spesa di personale dipendente del Comune  (personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato di n.  160 unità) è pari al 52,02% della spesa corrente, percentuale anomala rispetto a una spesa media pro-capite nazionale  del 30%.

E’ evidente che per i Commissari l’impresa di copertura della spesa di personale, con i dati finanziari aggiornati alla data odierna, risulta ardua e difficile, frutto di una passata politica spregiudicata, senza tenere conto degli equilibri di bilancio relativi alla spesa pubblica.
Chiediamo ai Commissari prefettizi come faranno a far tornare i conti con la minore entrata prevista da parte del Ministero dell’Interno e i possibili tagli di fondi da parte della Regione Sicilia che finanziava i lavori socialmente utili.

                                                                                                               Giuseppe Cardillo
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RACALMUTO IN POSITIVO


Una conferenza stampa che ribadisce concetti più volte sviscerati nelle pagine di questo blog. I Commissari come traghettatori verso la democrazia e la legalità di un comune sciolto non tanto per infiltrazioni mafiose, quanto  per  sensibilizzazione da parte della malavita nei confronti dell’operato degli amministratori.

Il dott Galeani chiede un sacrificio a tutti per evitare il dissesto economico e per scongiurare di mettere sul lastrico tante famiglie. Siamo concordi col vice prefetto  Romano quando parla di esportare un’immagine positiva di Racalmuto e di non legarla costantemente a fatti malavitosi. Bene il progetto di rilanciare il paese dal punto di vista turistico : la Fondazione, il Teatro e il Castello Chiaramontano potrebbero rappresentare valide espressioni di rilancio culturale se ben gestite nell’interesse comune, purchè non rappresentino appetibili risorse per interessi personali.

Apprendiamo con soddisfazione che all’ingresso del comune esiste da ieri un controllo per le entrate. Ciò eviterà l’accesso a persone non autorizzate che entrano nelle stanze o circolano per i corridoi senza motivo alcuno, oltre l’attraversamento di cani randagi dal portone principale all’uscita in largo Monte.

Forte l’impegno, da parte dei Commissari, di approvare un PRG entro la fine del mandato. In ultimo apprezziamo l’intento di stabilire uno scambio ancor più proficuo tra il comune e i cittadini, favorendo il dialogo istituzioni/comunità. Siamo convinti che i fatti confermeranno quanto detto in conferenza stampa e ci auguriamo sempre che ogni movimento politico, culturale, civile, possa adoperarsi favorendo una fattiva collaborazione e accelerando il processo di traghettamento verso la legalità.

Contiamo tanto sui giovani che, col loro impegno,  possano rappresentare la nuova linfa e scatto di orgoglio per un paese che merita tanto. Auguriamo al nuovo insediato, dott Romano, ai Commissari, alle forze politiche, alle forze dell’ordine, agli organi di stampa, alle rappresentanze ecclesiastiche, ai blog presenti in rete - che rappresentino suggerimenti, confronto, critica costruttiva e non contrasto a tutti i costi - e, non per ultimi, ai cittadini tutti, un BUON LAVORO!

Racalmutese Fiero  
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martedì 16 ottobre 2012

IL DOVERE DELLA DENUNCIA


Più volte, io e Roberto, ci siamo chiesti se fosse il caso di voltare pagina e occuparsi di altre notizie, di altri argomenti. Poi il filo logico delle cose, la cocciutaggine, la voglia di vedere un paese assurgere alla cronaca per meriti e non per demeriti, forse, ci spinge a continuare ed affondare il coltello nei nostri mali come a recidere  un tessuto malato, illudendoci di poter, con quattro righe, cambiare il corso delle cose.

Se  la classe politica locale, formata da persone ha fallito, anche usando male le risorse assegnate all’amministrazione, foraggiando una pletora sterminata di mogli, figli, parenti e amici, non lo ha fatto perché il comune, come istituzione, seguiva la logica del clientelismo e del nepotismo. Ci si dovrebbe chiedere, in piena coscienza, se le responsabilità siano state esclusivamente di chi amministrava la cosa pubblica o, a respiro più ampio, degli elettori prima, dell’opposizione dopo e di tutti quelli che avrebbero dovuto controllare.

E viene da chiedersi, anche, se gli amministratori siano stati indubbiamente carnefici o ipoteticamente vittime, vittime di un sistema politico contorto che evitava loro di attuare regole e delibere in piena autonomia e in perfetta libertà.

Spesso leggiamo organi in rete che si accendono di sdegno e passione per ogni minimo spreco,  per poi dormire lunghi sonni tranquilli quando ci sarebbe da spendere pagine e pagine nella ricerca dei veri motivi che hanno causato simili danni.

Assistiamo adesso a formazioni politiche che mirano ad annientare ogni forma di opposizione consentendo così, al singolo potere, una malfunzionante autonomia gestionale. Quando in solitudine  qualcuno grida alle malefatte, buona parte dei contestatori, dei critici si girano per non vedere, per occuparsi d’altro e per evitare, seguendo una mentalità che non porta a nulla di positivo, che qualcuno possa spiccare oltre interiori umane miserie, fatte di interesse e di protagonismo.

Se i politici locali   hanno amministrato secondo criteri che hanno favorito interessi personali, il fatto è stato tollerato, venendo quasi considerata una malattia incurabile e pensando, erroneamente, che il suo focolaio si trovi a latitudini meridionali, accettandone così, di fatto, l’ineluttabilità del decorso. Lo sperpero di denaro pubblico, il dilapidare di fondi comuni, dovrebbe scandalizzare sempre ed essere contrastato in ogni caso.

Chiunque ha a cuore questo paese dovrebbe trasformarlo in un fronte comune di critica costruttiva e di contrasto alla cattiva gestione amministrativa. Senza opposizione un potere, di qualunque natura, tenderà sempre a dilagare coinvolgendo negativamente il tessuto sociale. E bisognerebbe, non solo valutare prima, scegliendo persone capaci e moralmente corrette, ma controllare dopo, seguendone le azioni che siano in linea con i programmi. Se le future amministrazioni agiranno evitando di calpestare i diritti dei cittadini e se questi, impediranno a chi li amministrerà di travolgere ogni interesse collettivo in favore di quello personale, si cambierà il corso delle cose e tale mutamento potrà salvare il paese dal baratro.

Racalmutese Fiero
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lunedì 15 ottobre 2012

CU MENTI SIRENA


Quando ero bambino, in piazza Francesco Crispi, ogni volta che potevo andavo ad ascoltare un grande cantastorie, Cicciu Busacca.  Cicciu cominciava le sue storie sempre con tre colpi bene assestati alle corde della sua chitarra e cantando: “Vogliu cantari cu menti sirena, tutta la vera storia di..………….”  Anch’ io oggi vi voglio raccontare, con mente serena, una storia vera che fa parte del vissuto del nostro paese.

Questa è la storia di un racalmutese, mio zio, il Commendatore Dottore Giuseppe Bartolotta, classe 1861, lo stesso anno in cui Garibaldi sbarcava in Sicilia con i suoi mille diavoli rossi.  Anche il caro amico Eugenio Napoleone Messana, nel suo libro “Racalmuto nella storia della Sicilia”, parla di lui.    Lo zio Giuseppe credo sia stato l’unico, che io sappia, a Racalmuto a non volere prendere la tessera e iscriversi al partito fascista.    Un giorno il podestà di Racalmuto gli diede l’ultimatum: o si iscriveva al partito fascista o sarebbe stato arrestato.   Giuseppe Bartolotta non era un uomo comune: socialista convinto, come quelli di un volta  che si sono estinti con la morte di Nenni; non era certo facile piegare il suo spirito e la sua fede politica.    Quella maledetta lunga notte, i familiari e il signor Calogero Mulè, di professione barbiere,  suo uomo di fiducia, lo esortarono, lo implorarono di prendere quella “cazzo” di tessera schifosa. Molti lo avevano fatto pur non credendo nel fascismo o addirittura da antifascisti. Ma il Dottor Giuseppe Bartolotta, evidentemente era fatto di un’altra pasta e, all’alba, quando i carabinieri bussarono al suo portone, egli con l’orgoglio di uomo libero, porse loro i polsi per farsi ammanettare. 

Fu arrestato, processato e condannato il socialista  Giuseppe Bartolotta e messo a marcire in galera.   Quando gli Americani entrarono in Sicilia e la liberarono dalla peste fascista, lui fu liberato con tutti gli onori e gli fu offerta la carica di prefetto,  che  rifiutò.  

Il commendatore Giuseppe Bartolotta, ai tempi, alternandosi con il Barone Tulumello, amministrò per lungo tempo Racalmuto. Una popolare poesia recitava a quel tempo così: "cu li grana o senza grana lu barunieddu scinni e lu cumannaturi acchiana o viceversa".    Erano quelli tempi d’oro per la politica nel nostro paese, tempi in cui era facile sentire in consiglio comunale, con le  casse del comune sempre disastrate, il sindaco prendere la parola e dire:   “ segretario, a verbale, le spese per la realizzazione di questa opera sono a totale carico del sindaco”. 

Era un grande onore, allora, fare il sindaco ; lo si faceva  per prestigio, rimettendoci spesso risorse economiche proprie.  
  
Oggi far politica,  governare in genere,  è visto come una possibilità di impiego,  un matrimonio d’interesse.  Segno dei tempi che cambiano!

                                                                                                                        Roberto Salvo
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venerdì 12 ottobre 2012

IGNORANZA O STUPIDITA’?


Caro Roberto,

alla tua lettera e, soprattutto alla storia contenuta in essa: “la rana e lo scorpione”, riflettendo, tendo a dare altre spiegazioni oltre a quelle da te riferite. Il mio ragionamento parte da semplici presupposti;

non è ragionevole credere che solo perché ci capita di avere la presunzione di sapere una cosa, anche tutti gli altri debbano saperla e accettarla. Credo che il concetto da te espresso debba spaziare applicandolo agli aspetti “oscuri” del comportamento umano.

Tanto si può dire  sulle circostanze in cui qualcuno si colloca nel ruolo dello scorpione o della rana. Il fatto è che in questa irritante fiaba c’è una fastidiosa verità: accade davvero che qualcuno si comporti in modo incomprensibile senza alcuna identificabile ragione se non che, chissà perché, “quella è la sua natura”. Azzardando una morale personale che  attribuisco alla favola,  credo che il significato più forte sia proprio la sua inspiegabilità. Un agire con danno per sé e per altri senza alcun comprensibile motivo. Una follia che si annida nella natura umana, di cui si vedono molti esempi. Alcuni, per fortuna, più comici che preoccupanti, ma altri, purtroppo, dolorosamente tragici.

Ci sono molti comportamenti in cui la conseguenza di un errore o di un inganno è sconfitta o vendetta, gratitudine o tradimento, crudeltà o compassione, immeritata sofferenza o inaspettato lieto fine.

Dalle più remote origini  fino alle cronache dei nostri giorni, rimane fra le più insidiose forme di stupidità il fatto che un essere umano – o nella fattispecie, un essere vivente - possa nuocere a sé e ad altri senza alcun comprensibile motivo, solo perché  “è nella sua natura”.

Quando seguiamo il nostro modo di essere, la nostra strada, possiamo non piacere a chi ci sta vicino, ma in fondo se seguiamo veramente la nostra vera natura non possiamo sbagliare e non siamo giudicabili  - nel bene e nel male -  siamo semplicemente così come siamo.  Questo non vuole dire che la semplice accettazione del proprio modo di essere debba autorizzare nostri comportamenti a danno del singolo o della comunità e non debba seguire il tentativo di migliorarsi.

Adattando la favola alla realtà dei nostri giorni, penso si possa affermare che ci sono due tipi di scorpione e francamente non so qual è peggio.

Quello che ammazza arrivati alla fine della strada, fregandosene altamente del rapporto che si costruisce tra lui e la rana che lo porta in spalla e per  rapporto intendo un rapporto di qualsiasi genere; parlo del fatto che l'opportunista, il nostro scorpione, per farsi portare in spalla fino alla fine, fa in modo che la rana non senta il peso quindi ne manipola la fiducia ed i sentimenti come vuole. Poi, finito il percorso, raggiunto il suo scopo, prende la rana e l'ammazza a suo piacere.

E poi c'è l’altro scorpione, che secondo me è il peggiore tra i due,

quello che ti fa credere di voler soffocare il proprio istinto di ammazzarti quando non gli servi più, tu quindi pur sapendo in principio chi hai davanti credi nel cambiamento, nella redenzione che possa operarsi anche per merito tuo e provi a dare fiducia.

Poi, però, arrivato a metà, ti rendi conto dell'imprevisto: tra te che l'aiuti e lui, si sta sviluppando un rapporto di fiducia vera che rappresenta un andare contro la propria natura, quindi ti “uccide”.

Spesso, troppo spesso, caro Roberto, non riusciamo a vedere oltre il nostro naso, ma ci fermiamo alla superficialità, non solo perseguendo ambìti traguardi personali,  non avendo rispetto delle persone che sfruttiamo e, a volte, calunniamo per ottenere ciò che ci serve,  pronti a mollarle quando abbiamo ottenuto quello che desideriamo, calpestando ogni basilare principio di lealtà.

Racalmutese Fiero
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giovedì 11 ottobre 2012

Parliamo di sicilianismo di Giuseppina Ficarra


Scrive Umberto Santino  La storia della Sicilia non ha bisogno di "sicilianismi” e passa subito a ricordare che <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893) e poi con il separatismo nel secondo dopoguerra, il sicilianismo ha avuto una precisa funzione. Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto da rimborsare con lo statuto speciale e moneta sonante, per assemblare un blocco sociale.>> Si chiede Umberto Santino, giustamente attaccando Lombardo e i suoi seguaci <<A cosa mirano oggi Lombardo e i suoi seguaci, lanciando una crociata contro l'Unità d'Italia e in particolare contro Garibaldi e Cavour….?>>.
Le parole hanno una storia e quella del  sicilianismo sta per difesa della Sicilia finalizzata ad ottenere benefici. Sicilianismo che si colora di mafiosità come nel caso del delitto Notarbartolo quando chi usa la difesa della Sicilia, anche con argomenti validi, lo fa in modo strumentale per depistare l’attenzione dalla mafia, magari per attribuire  l’esistenza di questa alle malelingue, a chi ci vuole male! Se n’è occupato Umberto Santino in vari testi, come la Storia del movimento antimafia, Dalla mafia alle mafie e  la Breve storia della mafia e dell'antimafia.
Ma come ci dice Vaiana (in Didattica per un'educazione antimafia in perlasicilia.it) <<Sulle origini e sul valore del sicilianismo non c’è fra gli studiosi unità di interpretazione>>. Con l’avvento del Regno d’Italia, ci dice sempre Vaiana (op. cit.), <<l’ideologia sicilianista si trasforma in sicilianismo, cioè in difesa tout court dell’onore dei siciliani offeso dai nuovi dominatori romani (reazioni antigovernative per i metodi di lotta al brigantaggio, reazioni per gli esiti dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino).>>
In questo senso il sicilianismo non ha una connotazione negativa, connotazione che assume, come abbiamo visto, quando è usato strumentalmente per ottenere benefici, o peggio ancora per difendere un mafioso (Il Palizzolo).
E’ vero che le parole hanno una storia, ma niente ci vieta di coniarne delle nuove, o di introdurre delle distinzioni di significato, come per esempio tra sicilianismo tout–court, nel senso di difesa della Sicilia dai torti subiti o dal razzismo antimeridionale e sicilianismo di stampo mafioso o reazionario, e ancora di non tenere conto di luoghi comuni o stereotipi. La lingua è viva, finché la parliamo.
Sana difesa della Sicilia è quella di Umberto Santino quando dice: <<Comunque su uno dei personaggi di cui si è parlato in questi giorni, una "modesta proposta" l'avrei anch'io. Penso a Franceso Crispi e in particolare al monumento dedicatogli in una piazza di Palermo.>> E propone di porre una lapide o altro che ricordi i massacri dei protagonisti dei Fasci siciliani, ordinati da Crispi.
E sicilianista non mafiosa sarei anch’io nel momento in cui facessi la proposta di cancellare la targa della via intitolata a Nino Bixio a Palermo e non solo a Palermo!! Se poi non piace l’espressione sicilianista non mafioso/a considerateci semplicemente siciliani adulti che parlano della Sicilia difendendola quando occorre, senza timore di essere considerati, con disprezzo, sicilianisti. E, credetemi, a volte non è facile!
Per quanto riguarda Garibaldi è sicuramente superfluo ricordare, ma mi piace farlo, quanto egli stesso, amareggiato per il comportamento dei Piemontesi in Sicilia e nell'ex regno borbonico, spogliato di tutte le sue ricchezze, ebbe a scrivere nel 1868: <<Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.>>
Lo storico Massimo Gangi, come ci ricorda sempre Vaiana (op. cit.) pur respingendo fermamente il sicilianismo reazionario critica fermamente l’«anti-sicilianismo».

Ma vediamo qualche definizione:

Santi Correnti
il sicilianismo è una esagerazione retorica, perché è una esaltazione esasperata del nazionalismo isolano, molto simile al germanesimo esasperato dei tedeschi del "Deutschland ùber alles in der Welt", che vuole "la Germania sopra ogni cosa nel mondo".

Tullio De Mauro
http://www.demauroparavia.it/108105
si|ci|lia|nì|smo

s.m.
movimento politico e atteggiamento intellettuale che rivendica l’autonomia culturale e politica della Sicilia rispetto alla restante Italia
Nella definizione di De Mauro il sicilianismo non ha una connotazione negativa, e non si colloca storicamente. Cosa, questa, attribuire una data alla nascita del sicilianismo, che invece fa Umberto Santino nel suo articolo: <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893)…”  e ci spiega anche la funzione che ha avuto il sicilianismo: “Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto>>. (Su questo condizionale non sono d’accordo perché fanno parte della storia i torti subiti dalla Sicilia e lo stesso Santino, come abbiamo visto, a questi torti reali e non fantomatici si riferisce quando parla del Crispi.)
Al carattere ideologico del sicilianismo fa riferimento anche Renda nella sua definizione di sicilianismo: <<Il sicilianismo non era di per sé ideologia mafiosa, ma si prestava ad essere utilizzato in chiave ideologico mafiosa.  Sotto il profilo ideologico, nella interpretazione sicilianista della mafia si trovano accomunati campioni dell'antimafia come Napoleone Colajanni, intellettuali di livello nazionale come Mosca, e studiosi di segno sicilianista inconfondibile come Pitrè. Sotto il profilo politico, lo schieramento era diverso. Colajanni, Mosca e Sturzo stavano da una parte, e Pitrè dall'altra>>. (Francesco Renda Storia della mafia  Sigma edizioni 1997 Pag. 164 ).
 E veniamo a Napoleone Colajanni: proprio nel contesto del processo Notarbartolo fa una appassionata difesa della Sicilia. Era affetto da “becero” sicilianismo? Era un mafioso? Certamente no! Vediamo cosa ci dice la storia: <<In effetti. il dibattito processuale che porta alla incriminazione del Palizzolo si svolge in un clima che non si limita alla valutazione di quanto avviene nell’aula, ma trascende in animosità che riflettono ed esasperano le conflittualità esistenti fra Nord e Sud. Un esempio che va oltre il segno è quello di Alfredo Oriani. In un articolo titolato Le voci della fogna, apparso su I! Giorno dell’ 8 gennaio 1900, scrive che “l’ isola è un paradiso abitato da demoni”, che “si rivela come un cancro al piede dell’Italia, come una provincia nella quale né costume né leggi civili sono possibili”. Napoleone Colajanni reagisce rimandando al mittente “l’insulto sanguinoso”, giacché “nella  fogna hanno diguazzato allegramente e vi hanno portato un lurido e pestilenziale materiale i Balabbio, i Venturi, i Venturini, i Codronchi, i Sacchi, i Cellario, i Mirri… nati e cresciuti tutti al di la del Tronto” Il Colajanni coglie anche l’occasione per rilevare e lamentare che “nella fogna ha voluto diguazzare un poco la magistratura di Milano>>.( Francesco Renda op. cit. Capitolo VI  I processi Notarbartolo pag.154).
Non dovrebbero esserci dubbi a questo punto che difendere la Sicilia non significa tout - court essere “sicilianisti mafiosi”. Le visioni della Sicilia e dell’Italia meridionale ai tempi del delitto Notarbartolo erano, a dir poco, razziste! Ricordiamo per tutte quanto ebbe a dire  il presidente Lanza a Rattazzi: “Je ne vous demande qu’un faveur:
Muselez (mettete la museruola) le méridionaux. Le danger pour l’Italie est dans le Sud”. 
E il razzismo antimeridionale è più che mai vivo anche ai nostri giorni! Mi riferisco agli attacchi continui che possiamo leggere sulla stampa, ma anche, perché secondo me più perniciosa, a tutta quella letteratura pseudo-psicologica, che fa risalire tutti i mali dell’isola alla nostra <<cultura>>. Parlo dell’impostazione culturalista di tutti quei siciliani che si sentono in dovere di attribuire al “carattere” dei siciliani tutti i mali della nostra storia compresa la mafia. (Tra questi però non ho mai trovato un magistrato!!!). Qualcuno ha detto: Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.
Non mancano infatti i Siciliani che potremmo definire   antisicilianisti di stampo culturalista,  che amano riferirsi ad ogni pie’ sospinto all’ideologia mafiosa, al sentire mafioso, alla cultura mafiosa del popolo siciliano. Costoro amano anche citare quanti, uomini illustri, hanno parlato male dei Siciliani o dei meridionali in genere, affinché questi  non abbiano mai a dimenticare di che mala carne sono fatti!! Amata la citazione del messinese Scipione Di Castro della seconda metà del Cinquecento, (epoca in cui certamente il concetto di razza era ben lungi dall’essere superato!), il quale negli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré in Sicilia  traccia, fra l’altro, il carattere dei siciliani.  Questi, egli dice – <<generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti.>> Ripeto a questo proposito, quanto ho avuto modo di dire in altre occasioni: Attribuire alla “cultura di un popolo” comportamenti negativi è razzismo! Infatti il razzista oggi, non potendo più fare riferimento alla razza, concetto scientificamente superato, parla di cultura. Per costoro ecco l’antidoto usato da Umberto Santino: “Raccontare la storia delle lotte contro la mafia dall'ultimo decennio del XIX secolo ai nostri giorni” questo, dice Santino, “ ci sembra il modo migliore per dare una risposta, più convincente di mille polemiche, a tutte quelle visioni della Sicilia e dell'Italia meridionale legate a schemi teorici tanto gratuiti, in tutto o in parte, quanto fortunati.” (http://www.centroimpastato.it/publ/online/augusto_cultura_siciliana.php3).
A  tutti i culturalisti, assieme ad Alessandra Dino, la quale sostiene che l'approccio culturalista è sbagliato, privo di basi scientifiche e controproducente sul piano del contrasto al fenomeno mafioso (<<come si fa a sconfiggere una cultura?>> ), ha dato una risposta Salvatore Lupo quando dice: “Invece io credo che esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli, riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore all’interno e all’esterno.” (Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 pag.168)

Giuseppina Ficarra
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martedì 9 ottobre 2012

DELLA MORALE E DELLA DIGNITA’


Spesso mi chiedo cosa spinge un essere umano a calpestare principi basilari della civile convivenza basati su valori semplici: l’amicizia, l’onore, la morale, la dignità. Mi stupisco sempre, forse perché ostinatamente sprovveduto, quando constato la negazione di determinate evidenze pur di camuffare miserie umane e proseguimenti comportamentali lungi da quello che dovrebbe essere un agire leale. Ma cos’è la morale e cosa la dignità?
Una concezione dell'etica molto diffusa è che la morale sia relativa e soggettiva.
Ancora più pericoloso è il soggettivismo morale, quello secondo cui la morale è dettata dal sentimento personale, quello che si esprime con la formula "secondo me è così...", la quale blocca qualsiasi possibilità di dialogo e di confronto!
Ma la morale non è frutto di sentimenti istintivi, implica la ragione, implica anche la possibilità di educare i nostri sentimenti, le nostre emozioni e di conseguenza i nostri comportamenti nei confronti degli altri.
Arrivati a questo punto... cos'è la morale?
L'unica proposta morale che ha il merito della universalità è quella di considerare se stessi sempre in relazione agli altri, di comprendere che i nostri bisogni ed interessi non contano né più né meno di quelli di chiunque altro.
Agire prendendo in considerazione il risultato delle nostre azioni sugli interessi altrui, questo, e credo solo questo, significhi agire moralmente; e magari farlo non perché si "vince" il paradiso, ma perché siamo tutti sulla stessa barca e stringersi in "social catena"  non è solamente la cosa "più morale" da fare, ma anche la più intelligente! E, infine, analizziamo la dignità.
La dignità è il mantenimento del rispetto per noi stessi. La vita non è facile, e non sempre veniamo adeguatamente educati ad affrontarla. In più noi, per istinto di sopravvivenza, siamo portati ad un certo egoismo, unito ad una capacità innata di sfruttare il prossimo. Deve esserci un limite, un limite che non sia solo quello imposto dalle leggi dell'uomo, ma un limite che noi stessi ci poniamo, perchè, oltre, sarebbe indegno proseguire, anche se dovessimo riuscire a farla franca. Noi sappiamo bene quando sbagliamo, quando esageriamo, ma ci comportiamo diversamente, uno dall'altro, a seconda del nostro rispetto per noi stessi. E qui si vede la dignità. Si può essere poveri, sconfitti, incapaci di risolvere un problema, ma se sapremo non cedere mai alla tentazione di usare il prossimo, beh, avremo la nostra dignità. Il rispetto per se stessi è forse la cosa più importante nella vita di una persona. Perchè senza, non si ha nemmeno rispetto per gli altri.
Nella società moderna, dominata dall'ansia e dalla paura, la morale e la dignità sono state invece sostituite dalla ricerca del successo, creando una massa di perdenti e un nugolo di vincenti (che potrebbero essere i perdenti di domani); coloro che il successo non possono più averlo (deboli, vecchi, emarginati) sono spesso sostenuti con un pietismo che di fatto, umiliandoli, toglie loro anche l'ultimo granello di dignità, li rende dei "morti viventi".

Racalmutese Fiero
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