venerdì 12 ottobre 2012

IGNORANZA O STUPIDITA’?


Caro Roberto,

alla tua lettera e, soprattutto alla storia contenuta in essa: “la rana e lo scorpione”, riflettendo, tendo a dare altre spiegazioni oltre a quelle da te riferite. Il mio ragionamento parte da semplici presupposti;

non è ragionevole credere che solo perché ci capita di avere la presunzione di sapere una cosa, anche tutti gli altri debbano saperla e accettarla. Credo che il concetto da te espresso debba spaziare applicandolo agli aspetti “oscuri” del comportamento umano.

Tanto si può dire  sulle circostanze in cui qualcuno si colloca nel ruolo dello scorpione o della rana. Il fatto è che in questa irritante fiaba c’è una fastidiosa verità: accade davvero che qualcuno si comporti in modo incomprensibile senza alcuna identificabile ragione se non che, chissà perché, “quella è la sua natura”. Azzardando una morale personale che  attribuisco alla favola,  credo che il significato più forte sia proprio la sua inspiegabilità. Un agire con danno per sé e per altri senza alcun comprensibile motivo. Una follia che si annida nella natura umana, di cui si vedono molti esempi. Alcuni, per fortuna, più comici che preoccupanti, ma altri, purtroppo, dolorosamente tragici.

Ci sono molti comportamenti in cui la conseguenza di un errore o di un inganno è sconfitta o vendetta, gratitudine o tradimento, crudeltà o compassione, immeritata sofferenza o inaspettato lieto fine.

Dalle più remote origini  fino alle cronache dei nostri giorni, rimane fra le più insidiose forme di stupidità il fatto che un essere umano – o nella fattispecie, un essere vivente - possa nuocere a sé e ad altri senza alcun comprensibile motivo, solo perché  “è nella sua natura”.

Quando seguiamo il nostro modo di essere, la nostra strada, possiamo non piacere a chi ci sta vicino, ma in fondo se seguiamo veramente la nostra vera natura non possiamo sbagliare e non siamo giudicabili  - nel bene e nel male -  siamo semplicemente così come siamo.  Questo non vuole dire che la semplice accettazione del proprio modo di essere debba autorizzare nostri comportamenti a danno del singolo o della comunità e non debba seguire il tentativo di migliorarsi.

Adattando la favola alla realtà dei nostri giorni, penso si possa affermare che ci sono due tipi di scorpione e francamente non so qual è peggio.

Quello che ammazza arrivati alla fine della strada, fregandosene altamente del rapporto che si costruisce tra lui e la rana che lo porta in spalla e per  rapporto intendo un rapporto di qualsiasi genere; parlo del fatto che l'opportunista, il nostro scorpione, per farsi portare in spalla fino alla fine, fa in modo che la rana non senta il peso quindi ne manipola la fiducia ed i sentimenti come vuole. Poi, finito il percorso, raggiunto il suo scopo, prende la rana e l'ammazza a suo piacere.

E poi c'è l’altro scorpione, che secondo me è il peggiore tra i due,

quello che ti fa credere di voler soffocare il proprio istinto di ammazzarti quando non gli servi più, tu quindi pur sapendo in principio chi hai davanti credi nel cambiamento, nella redenzione che possa operarsi anche per merito tuo e provi a dare fiducia.

Poi, però, arrivato a metà, ti rendi conto dell'imprevisto: tra te che l'aiuti e lui, si sta sviluppando un rapporto di fiducia vera che rappresenta un andare contro la propria natura, quindi ti “uccide”.

Spesso, troppo spesso, caro Roberto, non riusciamo a vedere oltre il nostro naso, ma ci fermiamo alla superficialità, non solo perseguendo ambìti traguardi personali,  non avendo rispetto delle persone che sfruttiamo e, a volte, calunniamo per ottenere ciò che ci serve,  pronti a mollarle quando abbiamo ottenuto quello che desideriamo, calpestando ogni basilare principio di lealtà.

Racalmutese Fiero
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giovedì 11 ottobre 2012

Parliamo di sicilianismo di Giuseppina Ficarra


Scrive Umberto Santino  La storia della Sicilia non ha bisogno di "sicilianismi” e passa subito a ricordare che <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893) e poi con il separatismo nel secondo dopoguerra, il sicilianismo ha avuto una precisa funzione. Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto da rimborsare con lo statuto speciale e moneta sonante, per assemblare un blocco sociale.>> Si chiede Umberto Santino, giustamente attaccando Lombardo e i suoi seguaci <<A cosa mirano oggi Lombardo e i suoi seguaci, lanciando una crociata contro l'Unità d'Italia e in particolare contro Garibaldi e Cavour….?>>.
Le parole hanno una storia e quella del  sicilianismo sta per difesa della Sicilia finalizzata ad ottenere benefici. Sicilianismo che si colora di mafiosità come nel caso del delitto Notarbartolo quando chi usa la difesa della Sicilia, anche con argomenti validi, lo fa in modo strumentale per depistare l’attenzione dalla mafia, magari per attribuire  l’esistenza di questa alle malelingue, a chi ci vuole male! Se n’è occupato Umberto Santino in vari testi, come la Storia del movimento antimafia, Dalla mafia alle mafie e  la Breve storia della mafia e dell'antimafia.
Ma come ci dice Vaiana (in Didattica per un'educazione antimafia in perlasicilia.it) <<Sulle origini e sul valore del sicilianismo non c’è fra gli studiosi unità di interpretazione>>. Con l’avvento del Regno d’Italia, ci dice sempre Vaiana (op. cit.), <<l’ideologia sicilianista si trasforma in sicilianismo, cioè in difesa tout court dell’onore dei siciliani offeso dai nuovi dominatori romani (reazioni antigovernative per i metodi di lotta al brigantaggio, reazioni per gli esiti dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino).>>
In questo senso il sicilianismo non ha una connotazione negativa, connotazione che assume, come abbiamo visto, quando è usato strumentalmente per ottenere benefici, o peggio ancora per difendere un mafioso (Il Palizzolo).
E’ vero che le parole hanno una storia, ma niente ci vieta di coniarne delle nuove, o di introdurre delle distinzioni di significato, come per esempio tra sicilianismo tout–court, nel senso di difesa della Sicilia dai torti subiti o dal razzismo antimeridionale e sicilianismo di stampo mafioso o reazionario, e ancora di non tenere conto di luoghi comuni o stereotipi. La lingua è viva, finché la parliamo.
Sana difesa della Sicilia è quella di Umberto Santino quando dice: <<Comunque su uno dei personaggi di cui si è parlato in questi giorni, una "modesta proposta" l'avrei anch'io. Penso a Franceso Crispi e in particolare al monumento dedicatogli in una piazza di Palermo.>> E propone di porre una lapide o altro che ricordi i massacri dei protagonisti dei Fasci siciliani, ordinati da Crispi.
E sicilianista non mafiosa sarei anch’io nel momento in cui facessi la proposta di cancellare la targa della via intitolata a Nino Bixio a Palermo e non solo a Palermo!! Se poi non piace l’espressione sicilianista non mafioso/a considerateci semplicemente siciliani adulti che parlano della Sicilia difendendola quando occorre, senza timore di essere considerati, con disprezzo, sicilianisti. E, credetemi, a volte non è facile!
Per quanto riguarda Garibaldi è sicuramente superfluo ricordare, ma mi piace farlo, quanto egli stesso, amareggiato per il comportamento dei Piemontesi in Sicilia e nell'ex regno borbonico, spogliato di tutte le sue ricchezze, ebbe a scrivere nel 1868: <<Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.>>
Lo storico Massimo Gangi, come ci ricorda sempre Vaiana (op. cit.) pur respingendo fermamente il sicilianismo reazionario critica fermamente l’«anti-sicilianismo».

Ma vediamo qualche definizione:

Santi Correnti
il sicilianismo è una esagerazione retorica, perché è una esaltazione esasperata del nazionalismo isolano, molto simile al germanesimo esasperato dei tedeschi del "Deutschland ùber alles in der Welt", che vuole "la Germania sopra ogni cosa nel mondo".

Tullio De Mauro
http://www.demauroparavia.it/108105
si|ci|lia|nì|smo

s.m.
movimento politico e atteggiamento intellettuale che rivendica l’autonomia culturale e politica della Sicilia rispetto alla restante Italia
Nella definizione di De Mauro il sicilianismo non ha una connotazione negativa, e non si colloca storicamente. Cosa, questa, attribuire una data alla nascita del sicilianismo, che invece fa Umberto Santino nel suo articolo: <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893)…”  e ci spiega anche la funzione che ha avuto il sicilianismo: “Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto>>. (Su questo condizionale non sono d’accordo perché fanno parte della storia i torti subiti dalla Sicilia e lo stesso Santino, come abbiamo visto, a questi torti reali e non fantomatici si riferisce quando parla del Crispi.)
Al carattere ideologico del sicilianismo fa riferimento anche Renda nella sua definizione di sicilianismo: <<Il sicilianismo non era di per sé ideologia mafiosa, ma si prestava ad essere utilizzato in chiave ideologico mafiosa.  Sotto il profilo ideologico, nella interpretazione sicilianista della mafia si trovano accomunati campioni dell'antimafia come Napoleone Colajanni, intellettuali di livello nazionale come Mosca, e studiosi di segno sicilianista inconfondibile come Pitrè. Sotto il profilo politico, lo schieramento era diverso. Colajanni, Mosca e Sturzo stavano da una parte, e Pitrè dall'altra>>. (Francesco Renda Storia della mafia  Sigma edizioni 1997 Pag. 164 ).
 E veniamo a Napoleone Colajanni: proprio nel contesto del processo Notarbartolo fa una appassionata difesa della Sicilia. Era affetto da “becero” sicilianismo? Era un mafioso? Certamente no! Vediamo cosa ci dice la storia: <<In effetti. il dibattito processuale che porta alla incriminazione del Palizzolo si svolge in un clima che non si limita alla valutazione di quanto avviene nell’aula, ma trascende in animosità che riflettono ed esasperano le conflittualità esistenti fra Nord e Sud. Un esempio che va oltre il segno è quello di Alfredo Oriani. In un articolo titolato Le voci della fogna, apparso su I! Giorno dell’ 8 gennaio 1900, scrive che “l’ isola è un paradiso abitato da demoni”, che “si rivela come un cancro al piede dell’Italia, come una provincia nella quale né costume né leggi civili sono possibili”. Napoleone Colajanni reagisce rimandando al mittente “l’insulto sanguinoso”, giacché “nella  fogna hanno diguazzato allegramente e vi hanno portato un lurido e pestilenziale materiale i Balabbio, i Venturi, i Venturini, i Codronchi, i Sacchi, i Cellario, i Mirri… nati e cresciuti tutti al di la del Tronto” Il Colajanni coglie anche l’occasione per rilevare e lamentare che “nella fogna ha voluto diguazzare un poco la magistratura di Milano>>.( Francesco Renda op. cit. Capitolo VI  I processi Notarbartolo pag.154).
Non dovrebbero esserci dubbi a questo punto che difendere la Sicilia non significa tout - court essere “sicilianisti mafiosi”. Le visioni della Sicilia e dell’Italia meridionale ai tempi del delitto Notarbartolo erano, a dir poco, razziste! Ricordiamo per tutte quanto ebbe a dire  il presidente Lanza a Rattazzi: “Je ne vous demande qu’un faveur:
Muselez (mettete la museruola) le méridionaux. Le danger pour l’Italie est dans le Sud”. 
E il razzismo antimeridionale è più che mai vivo anche ai nostri giorni! Mi riferisco agli attacchi continui che possiamo leggere sulla stampa, ma anche, perché secondo me più perniciosa, a tutta quella letteratura pseudo-psicologica, che fa risalire tutti i mali dell’isola alla nostra <<cultura>>. Parlo dell’impostazione culturalista di tutti quei siciliani che si sentono in dovere di attribuire al “carattere” dei siciliani tutti i mali della nostra storia compresa la mafia. (Tra questi però non ho mai trovato un magistrato!!!). Qualcuno ha detto: Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.
Non mancano infatti i Siciliani che potremmo definire   antisicilianisti di stampo culturalista,  che amano riferirsi ad ogni pie’ sospinto all’ideologia mafiosa, al sentire mafioso, alla cultura mafiosa del popolo siciliano. Costoro amano anche citare quanti, uomini illustri, hanno parlato male dei Siciliani o dei meridionali in genere, affinché questi  non abbiano mai a dimenticare di che mala carne sono fatti!! Amata la citazione del messinese Scipione Di Castro della seconda metà del Cinquecento, (epoca in cui certamente il concetto di razza era ben lungi dall’essere superato!), il quale negli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré in Sicilia  traccia, fra l’altro, il carattere dei siciliani.  Questi, egli dice – <<generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti.>> Ripeto a questo proposito, quanto ho avuto modo di dire in altre occasioni: Attribuire alla “cultura di un popolo” comportamenti negativi è razzismo! Infatti il razzista oggi, non potendo più fare riferimento alla razza, concetto scientificamente superato, parla di cultura. Per costoro ecco l’antidoto usato da Umberto Santino: “Raccontare la storia delle lotte contro la mafia dall'ultimo decennio del XIX secolo ai nostri giorni” questo, dice Santino, “ ci sembra il modo migliore per dare una risposta, più convincente di mille polemiche, a tutte quelle visioni della Sicilia e dell'Italia meridionale legate a schemi teorici tanto gratuiti, in tutto o in parte, quanto fortunati.” (http://www.centroimpastato.it/publ/online/augusto_cultura_siciliana.php3).
A  tutti i culturalisti, assieme ad Alessandra Dino, la quale sostiene che l'approccio culturalista è sbagliato, privo di basi scientifiche e controproducente sul piano del contrasto al fenomeno mafioso (<<come si fa a sconfiggere una cultura?>> ), ha dato una risposta Salvatore Lupo quando dice: “Invece io credo che esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli, riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore all’interno e all’esterno.” (Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 pag.168)

Giuseppina Ficarra
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martedì 9 ottobre 2012

DELLA MORALE E DELLA DIGNITA’


Spesso mi chiedo cosa spinge un essere umano a calpestare principi basilari della civile convivenza basati su valori semplici: l’amicizia, l’onore, la morale, la dignità. Mi stupisco sempre, forse perché ostinatamente sprovveduto, quando constato la negazione di determinate evidenze pur di camuffare miserie umane e proseguimenti comportamentali lungi da quello che dovrebbe essere un agire leale. Ma cos’è la morale e cosa la dignità?
Una concezione dell'etica molto diffusa è che la morale sia relativa e soggettiva.
Ancora più pericoloso è il soggettivismo morale, quello secondo cui la morale è dettata dal sentimento personale, quello che si esprime con la formula "secondo me è così...", la quale blocca qualsiasi possibilità di dialogo e di confronto!
Ma la morale non è frutto di sentimenti istintivi, implica la ragione, implica anche la possibilità di educare i nostri sentimenti, le nostre emozioni e di conseguenza i nostri comportamenti nei confronti degli altri.
Arrivati a questo punto... cos'è la morale?
L'unica proposta morale che ha il merito della universalità è quella di considerare se stessi sempre in relazione agli altri, di comprendere che i nostri bisogni ed interessi non contano né più né meno di quelli di chiunque altro.
Agire prendendo in considerazione il risultato delle nostre azioni sugli interessi altrui, questo, e credo solo questo, significhi agire moralmente; e magari farlo non perché si "vince" il paradiso, ma perché siamo tutti sulla stessa barca e stringersi in "social catena"  non è solamente la cosa "più morale" da fare, ma anche la più intelligente! E, infine, analizziamo la dignità.
La dignità è il mantenimento del rispetto per noi stessi. La vita non è facile, e non sempre veniamo adeguatamente educati ad affrontarla. In più noi, per istinto di sopravvivenza, siamo portati ad un certo egoismo, unito ad una capacità innata di sfruttare il prossimo. Deve esserci un limite, un limite che non sia solo quello imposto dalle leggi dell'uomo, ma un limite che noi stessi ci poniamo, perchè, oltre, sarebbe indegno proseguire, anche se dovessimo riuscire a farla franca. Noi sappiamo bene quando sbagliamo, quando esageriamo, ma ci comportiamo diversamente, uno dall'altro, a seconda del nostro rispetto per noi stessi. E qui si vede la dignità. Si può essere poveri, sconfitti, incapaci di risolvere un problema, ma se sapremo non cedere mai alla tentazione di usare il prossimo, beh, avremo la nostra dignità. Il rispetto per se stessi è forse la cosa più importante nella vita di una persona. Perchè senza, non si ha nemmeno rispetto per gli altri.
Nella società moderna, dominata dall'ansia e dalla paura, la morale e la dignità sono state invece sostituite dalla ricerca del successo, creando una massa di perdenti e un nugolo di vincenti (che potrebbero essere i perdenti di domani); coloro che il successo non possono più averlo (deboli, vecchi, emarginati) sono spesso sostenuti con un pietismo che di fatto, umiliandoli, toglie loro anche l'ultimo granello di dignità, li rende dei "morti viventi".

Racalmutese Fiero
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lunedì 8 ottobre 2012

MUTU CU SAPI LU IUOCU

(Amare considerazioni in una lettera ad un amico)


Caro Salvatore,

a volte certi fatti ti fanno venire in mente cose dimenticate come la favola che voglio raccontarti.

Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura" 

Caro Salvatore, è la loro natura, anche se volessero non potrebbero fare diversamente di come hanno fatto, di come fanno e di come faranno.  Mi rendo conto solo adesso che bisogna essere dei gran presuntuosi pensando che basta scrivere una buona idea e proporla, per fare cambiare la natura delle cose e delle persone. I nostri cari politici sono per natura allergici al cristallo, e comunque se ai Racalmutesi va bene così, chi siamo noi per contraddirli? Se vivessimo a Racalmuto e fossimo più giovani, li potremmo stracciare con la fantasia, ma la gioventù è fuggita, lasciamo questo compito alle nuove generazioni, se lo vorranno.


E’ la loro natura, amico mio, e niente e nessuno potrà mai cambiarla. “Munnu ha statu è munno è”!  Racalmuto è diventato un popolo di rassegnati: nessuno che si organizzi in proteste anche plateali contro questo modo di governare, timide inventive si hanno solo se toccano il portafoglio. Ci rassegniamo ad assistere ogni estate all'incendio di migliaia di ettari di bosco;  a sentir dire e a veder fare cose che non diremmo e non faremmo mai. Ci rassegniamo a tutto. Ci rassegniamo al fatto che possiamo scrivere una lettera come questa,  vederla anche pubblicata magari, sapendo perfettamente che non serve a nulla, proprio a nulla. Ci rassegniamo ad abbaiare alla luna, forse è questa rassegnazione che ci impedisce di impazzire. E’ la salvezza per chi la rassegnazione ce l’ha nel Dna. Capisco a volte che l’amore per il luogo dove si è nati, dove risiedono i propri ricordi, può spingerti ad atti di disinteressata generosità, ma proprio perché disinteressata si rischia di essere fraintesi e quindi visti con fastidio e diffidenza; la sola idea che si possa fare qualcosa per il paese senza niente in cambio, li fa impazzire. E’ la loro natura, in tanti lo hanno detto e scritto, e noi possiamo solo prenderne atto.  Una volta comandare era meglio di fottere, oggi comandare non interessa più a nessuno, purtroppo.
 
Noi, ti ricordi, parlavamo di quadri ritrovati, di zolfatari, di come passavamo le vacanze da ragazzi, di catapecchie cadenti e cose di questo genere, poi purtroppo, qualcuno ci ha accusato di stare con le mani in tasca, di seminare pessimismo e malcontento, di fare solo chiacchiere inutili incitandoci a fare qualche proposta concreta e noi come dei fessi l’abbiamo fatto, abbiamo creduto che i tempi fossero maturi per una nuova stagione  politica, che Racalmuto non avrebbe perso questa occasione  per rinascere, per riscattarsi, per liberarsi da quell’unico motivo per cui si è fatto, si fa e si farà politica. La speranza che almeno chi, dotato “di lu cuocciu di la littra” e che ha respirato aria continentale raggiungendo una certa notorietà si potesse spendere per una nuova stagione politica per il paese, prendendo una ferma posizione, formando o suggerendo un pugno di persone serie e disinteressate per resettare i vecchi metodi, per scrostare il calderone del buon governo, purtroppo  non c’è stata.  peccato!

Rischiamo anche, caro amico, di essere considerati dei grandissimi rompicoglioni, da chi già progetta il futuro per questo paese silenzioso, da tutti quelli che hanno in mente cosa è bene e cosa è male per questi cittadini distratti da mille pensieri, da tutti quelli che lasceranno che un giovane resti seduto ad un tavolo di bar con la bottiglia in mano, passando dalla rassegnazione alla catalessi.

Quando ero studente a Palermo e mi recavo a fare la spesa in quel mercato meraviglioso che  si chiama “la vucciria”, ero attratto da quei banchetti dove un lestofante e i suoi complici facevano il gioco delle tre carte, mentre uno manovrava con le carte, qualche compare ripeteva in continuazione :“mutu cu sapi lu iuocu”.  Forse l’ hai dimenticato, Salvatore, ma dalle nostre parti è così, chi conosce il gioco deve stare muto, lasciando che i polli abbocchino; non deve disturbare il conducente che deve portare i passeggeri come e dove vuole lui. A questo punto mi chiedo e ti chiedo, caro amico, per quanto spinti da sentimenti forti per un paese che a fatica riconosciamo,  ma ne vale veramente la pena visto che è tutto inutile dal momento che è nella loro natura?

                                                                                                             Roberto Salvo


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ART. 1 DISSOLTO NEL NULLA


E’ passato tanto tempo dagli ultimi post, apparsi su Castrum, che accennavano al sedicente comitato cittadino art 1. Certo, a qualcuno, anche quelli che dimostrano ipocrite condivisioni,  ha dato fastidio che si scrivesse su Castrum e si esortassero gli appartenenti al comitato a pubblicare elenco iscritti e programma. Solo un breve comunicato, a firma Guagliano, dove si diceva che al più presto saremmo stati informati di tutto – se ne assumeva l’onere come  “un impegno morale inderogabile” - che era stato depositato l’elenco degli iscritti e che una delegazione – non sappiamo chi – si sarebbe recata a Roma per un incontro col ministro Cancellieri per discutere dell’aliquota sulla TARSU e di eventuali contributi a sostegno del paese.  Facevo anche una considerazione: forse alcuni appartenenti rispettano un devoto silenzio, evitando così di palesare le loro appartenenze. Forse qualcuno consiglia qualcun altro di tenere celata l’iscrizione per evitare che altri possano accorgersi che non tutto è così “nuovo”. Forse i rimanenti attendono – non si sa perché – e non rendono partecipe la cittadinanza per strategie e in previsione di futuri disegni. In sostanza, ad oggi non sappiamo più nulla di questo sedicente comitato. E dire che avevamo ricevuto  rassicurazioni in merito da parte di Guagliano. Commenti, anche aspri e risentiti,  lasciavano intendere che da lì a poco avremmo avuto  tutte le notizie sperate  e che, finalmente, si sarebbe potuto intraprendere un cammino comune, quanto meno di condivisione. Non sappiamo neanche se la delegazione sia stata ricevuta  dal ministro e, nella ipotesi affermativa, cosa sia stato discusso e deciso. Io rimango sempre del parere che la trasparenza debba essere alla base di ogni azione ancor di più se quello che si porta avanti non cela altri progetti che, attualmente, non è bene siano messi a conoscenza dei cittadini. E io mi chiedo: cosa può limitare tale informazione se tutti ci adoperiamo per un unico fine, il bene di Racalmuto?

Racalmutese Fiero
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sabato 6 ottobre 2012

TANTI VANTAGGI CON I PRODOTTI DI STAGIONE


I prodotti di stagione sono da anni raccomandati da noi nutrizionisti in quanto migliori rispetto ai prodotti di serra o importati da Paesi lontani. Le ragioni per questo univoco consiglio non sono sempre chiare al grande pubblico, o quanto meno lo sono solo parzialmente. La prima motivazione attribuita a questa scelta da parte delle persone comuni è che i prodotti di stagione sono più gustosi e profumati, aspetto sicuramente importante, ma vi sono vantaggi ulteriori che riguardano ragioni nutritive in senso stretto, oltre che economiche ed ecologiche.

Dal punto di vista nutrizionale l’elemento cardine è il contenuto in vitamine e sali minerali, molto elevato nelle frutta e verdure che arrivano naturalmente a maturazione e vengono a breve consumate. I prodotti di serra invece presentano mediamente un contenuto vitaminico inferiore, in particolare per quanto attiene alla vitamina C e al β-carotene, in quanto subiscono una irradiazione solare scarsa o perché, per aumentare la durata di conservazione, vengono raccolti prima della completa maturazione. Altra possibilità è che i vegetali non stagionali siano stati stoccati o siano stati importati. In entrambi i casi il problema è relativo al tempo e alle modalità di conservazione. Con il passare dei giorni, delle settimane o anche dei mesi (si pensi che le mele possono essere conservate per 1 intero anno) avviene una graduale degradazione delle vitamine, amplificata dall’esposizione alla luce e dalle temperature più elevate. La vitamina C, la più labile tra tutte, nelle mele conservate in casa per 2 mesi si riduce di 2/3 e scompare completamente nella verdura conservata per qualche giorno a temperatura ambiente, la vitamina A si riduce del 35%, più stabili invece le vitamine del gruppo B e la vitamina E.

I prodotti stagionali inoltre hanno tendenzialmente percorso meno chilometri, e pertanto causato minor inquinamento; ma ancora, utilizzando i ritmi naturali di accrescimento, necessitano di minor energia di produzione e di un uso inferiore di pesticidi e fertilizzanti chimici. Tutto ciò si traduce in un minor impatto ambientale e in un costo al consumo mediamente inferiore.

Ancora, parlando di prodotti stagionali si fa primariamente riferimento a quelli agricoli, ma è utile ricordare che anche i prodotti di origine animale hanno una forte stagionalità, seppure grandemente sovvertita nel mondo globalizzato. Un esempio emblematico sono i prodotti ittici che hanno delle fasi di nascita, crescita, riproduzione e deposizione delle uova scandite da ritmi biologici, e il rispetto di questi ritmi garantisce un prodotto nutrizionalmente più ricco (ad esempio, i pesci d’allevamento hanno un contenuto inferiore di omega-3) e dei costi di produzione, di gran lunga inferiori con il rispetto dell’ambiente senza compromissione della delicata catena alimentare.

Pertanto, sposare la scelta dei prodotti stagionali garantisce un apporto di nutrienti vario e completo, ha un minore impatto ambientale e sul nostro portafoglio e inoltre, dal punto di vista del comportamento alimentare, soddisfa il principio della varietà tanto difficile da applicare anche per noi adulti ma specialmente per i nostri bambini.


Dott. Federico Mordenti
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
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venerdì 5 ottobre 2012

LETTERA A CARMELO MULE’


Caro Carmelo,

ho letto la tua risposta all’amico Giovanni Salvo. In effetti, te ne do atto, non hai mai attaccato personalmente nessuno, sia che fossero avversari politici o cittadini in genere. Piuttosto, spesso, hai subito attacchi per nulla piacevoli che, quasi sempre, ho dovuto censurare e non pubblicare su Castrum.

Parli di cattiva politica e affermi che  Racalmuto l’ha sempre subìta e così sarà anche in futuro; la buona politica non c’è stata ieri, non c’è oggi e non ci sarà domani… Mi sorge spontanea la domanda: perché , allora, fai politica? Perché non sei intriso di ottimismo, come dovrebbe logicamente essere e invece manifesti un inguaribile pessimismo? Io penso che chiunque voglia adoperarsi per cambiare il corso delle cose, debba avere la convinzione, la certezza che tutto ciò sarà possibile. Correre convinti di arrivare, di vincere e non pensare: il percorso è duro, il traguardo è lontano.

Dici che esportiamo l’immagine di un paese piagnucoloso in contrasto, magari, a certi sorrisi accattivanti – di qualsiasi schieramento – che spesso vediamo affissi sui muri. Racalmuto non ha motivo di ridere. Il paese è stretto nella morsa della crisi occupazionale, economica, sociale e, se permetti, morale. I racalmutesi, i siciliani, si sono sempre illusi per poi venire disillusi da chi aveva fatto loro promesse. Perché dovremmo ridere? Ci è rimasto solamente un sorriso amaro, questo potremmo sfoggiare a chi continua a pensare che bastano due parole messe bene grammaticamente per  carpire la nostra innata buonafede.

Rimango sbalordito quando parli dei blog che anziché preparare il futuro lo macellano prima che arrivi. Non so a quale blog ti riferisca. Io parlerò di Castrum Racalmuto Domani. In queste pagine abbiamo letto critiche – mai personali – rivolte alla politica del passato e non come dici tu: “nessuno dice nulla su quelli sperimentati”, intendendo che nessuno ha mosso critiche a chi ha amministrato. Da questo blog sono partite proposte, idee e suggerimenti costruttivi rivolti, sempre ed esclusivamente, al bene del paese e di tutta la comunità. Nessun interesse personale. Qui si è letto di TRASPARENZA, rivolta agli amministratori attuali e futuri e a tutte le strutture amministrative e sociali presenti a Racalmuto.  Da Castrum è stata lanciata l’idea della CASA DI CRISTALLO e della rinuncia ai compensi derivanti dalle cariche amministrative – decisione peraltro già adottata da alcune amministrazioni comunali - se questi fossero in aggiunta agli emolumenti ricevuti per il proprio lavoro di professionista o dipendente. Il denaro così risparmiato, potrebbe essere impiegato per il paese.

Eravamo certi che i politici presenti in terra di Racalmuto, fiera terra, avrebbero fatto a gara per aderire a tali proposte, esprimendo a gran voce la loro totale condivisione. I risultati ottenuti? silenzio assoluto, scoraggiante silenzio. Attacchi personali riservati al sottoscritto, fatti da anonimi individui che non meriterebbero neanche di appartenere alla specie umana,  ancor  meno al genere maschile. Attacchi da appartenenti a schieramenti politici – sempre in forma anonima e sempre al sottoscritto – tendenti ad evitare che su queste pagine si esprimessero  critiche, idee e proposte. Personalmente mi sono sentito in dovere di rispondere privatamente ad un esponente di  partito, cercando di chiarire alcuni concetti. Risultato: SILENZIO!

Non voglio pensare che alla trasparenza cristallina si preferisca l’opacità e il grigiore, evitando così di rendere partecipi del proprio operato  i cittadini tutti di questa fiera terra.

Caro Carmelo, e amaramente concludo, Racalmuto ha bisogno di una mentalità, un modo nuovo di fare politica, di spirito di sacrificio che assicurino una rinascita in tutti i campi. Qui, invece, la politica  rappresenta mestiere e non servizio. Da quello che leggo, da quello che sento, siamo ancora molto distanti dall’intraprendere il cammino verso il progresso politico e culturale.  
Un abbraccio

Salvatore Alfano
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